Il sogno
Tornano da Yongjing stanche, e a casa trovano gli elementali inquieti. La fiamma del focolare è più bassa del solito, l’acqua nella brocca trema senza motivo. Fuori, il Lamento Oscuro non smette più di ululare.
La prima notte il sonno le porta altrove. Si ritrovano in una foresta di montagna avvolta nella nebbia, con addosso una veste da cerimonia che non hanno mai visto. Volano verso un canto che scende dalla cima. Lungo il fianco della montagna vedono acqua limpida che si guasta, orchidee con due baccelli gemelli, uno bianco e uno nero, e la statua di pietra di un sacerdote elfico che si allontana ogni volta che provano ad avvicinarsi. Nel canto, a un certo punto, si capisce una parola: Sarire. In una fenditura di cristallo, per un istante, vedono un serpente luminoso lottare contro un enorme millepiedi decrepito. Poi un fischio metallico e una sagoma curva spezzano il sogno. La fata si sveglia con una nostalgia che non sa spiegare, come se quel posto lo conoscesse.
Poco dopo, la sagoma del sogno è nel corridoio di casa, e scompare appena la guardano. Gli elementali decidono di andarsene per un po’, finché le cose non si sistemano.
La partenza degli elfi
Anche nella Riserva degli Antenati qualcosa si è mosso: la Viverna di Zaffiro, uno degli incarnati, si è risvegliata. Nessuno sa ancora dire perché.
Alla Casa della Convalescenza, intanto, Citlali si è alzata dal suo sonno senza fondo e ha camminato via da sola, come se qualcosa la chiamasse. Mentre il gruppo va a cercarla, vede alzarsi in volo almeno dieci falene stellari, le navi degli elfi astrali: scafi a forma di enormi falene, con ali di cristallo iridescente. Sono gli Ambasciatori del Fato. Gli elfi avevano già detto al gruppo dove l’avrebbero portata: ad Atagua, per far tornare Pazuzu nel corpo di Citlali e distruggerlo lì.
I tomi di Djaynai dicono come far passare il demone in un corpo. Ma prima la Fiasca va aperta, e quella, avevano spiegato, non si apre. Il sigillo è legato a qualcuno che non potrebbe romperlo senza pagare un prezzo troppo alto, e su chi sia non avevano aggiunto altro. Cercavano un’altra strada: le orchidee fantasma, dai baccelli miracolosi, che crescono proprio sulla montagna del sogno.
Infine avevano detto un’ultima cosa. Atagua confina con la Selva Fatata, e secoli fa un popolo legato a quella foresta aiutò a vincere la guerra contro Pazuzu, poi sparì senza lasciare traccia. La libellula di granato che segue la fata somiglia molto a ciò che quel popolo custodiva.
Sarire
Decidono di seguire gli elfi. La Gemma di quarzo bianco li lascia ad Atagua, una terra di praterie tropicali e villaggi sparsi, senza vere città. La parola del sogno ha un posto preciso: Sarire è uno zuccherificio poco lontano da Porto Panela. Lo raggiungono lungo il Camino Rojo, tra fenicotteri e campi di canna da zucchero, sotto un sole che non dà tregua.
Arrivano appena in tempo. Sopra lo zuccherificio l’aria tremola, e per un istante cade una pioggerellina d’argento che sparisce prima di toccare terra. Poi un urlo, uno schianto, e il fumo esce dal tetto di paglia. Dentro, il pavimento è sprofondato in una dolina dalle pareti secche, come se quella terra venisse da un altro posto. Sul fondo, alcuni operai cercano di arrampicarsi fuori mentre il fuoco risale le colonne.
Dalla buca escono due figure magre e curve, che fischiettano un motivetto. La gente del posto le chiama sibilatori: creature che sbucano dall’ombra e rapiscono chi resta fuori di notte. Pochi ne hanno mai visto uno. Sono venute a prendersi chi è rimasto intrappolato. Il gruppo le abbatte e tira fuori dalla buca cinque operai. Il sesto non ce la fa. Poco dopo il capannone crolla, e ai sopravvissuti non resta che guardare le fiamme.

Quando il pericolo è passato, l’aria si lacera di nuovo. Si apre un varco d’argento, e ne esce un’ara rossa. Dietro, una donna spinge contro il varco senza riuscire a passare. Si chiama Yarana, e ha il tempo di dire solo l’essenziale. Tepui Orchideo è sotto attacco. Il suo guardiano, il grande serpente Chimagua, è caduto in un sonno da cui potrebbe non svegliarsi, e se muore è la fine. Poi il varco si chiude con un rumore di vetro rotto. Resta l’ara, Nene, che conosce la strada per il portale nei Llanos.

Poco dopo arriva Alfonz, lo Zuccheraio: il patriarca degli Zumdi, padrone di tutti i campi di canna intorno a El Caparazón. Si fa raccontare di Yarana con attenzione, ride dei sibilatori come di storie per bambini, poi prende il gruppo da parte. Sul tepui, dice, crescono le orchidee fantasma, e il loro baccello bianco può riportare in vita i morti. Ne vuole uno, e offre milleduecentocinquanta monete d’oro a testa. Non dice perché. Ma si capisce che ha perso qualcuno, e che vorrebbe rivederlo.
Le Pratovie
Nene fa da guida. La strada segue le Pratovie, i ponti di legno e giunco che gli ataguani tengono tesi sopra i Llanos, le pianure piene di pericoli. Il viaggio dura due giorni. Lungo i ponti, ogni tanto, si aprono portici coperti dove ripararsi dal sole, e chi passa lascia lì quello che può condividere. Le due trovano una chitarra con una corda rotta, un cappello di paglia, perfino un gallo addormentato.
A metà strada, dal cielo piomba un grifone su un thri-kreen che arranca davanti a loro. Il gruppo tiene a bada il grifone finché la bestia rinuncia e vola via senza preda.

Il thri-kreen si presenta: si chiama Phik-Pik, ed è un mercante diretto a El Caparazón con un carico di carne salata. Per ringraziarli offre loro una ghitka, la sua arma, e un sacchetto di fagioli magici: se li si annaffia cresce qualcosa, se li si maltratta esplodono.

Più avanti Nene riconosce il paesaggio e si agita. Oltre l’ansa del fiume ci sono termitai più alti di un uomo, sorvegliati da formichieri pigri e ben pasciuti. L’ara vola dritta verso un tumulo enorme, con la cima piatta. Su un lato si apre una crepa larga abbastanza da farci passare una persona. Non porta dentro il termitaio. Porta altrove. La paladina e la fata si guardano, e si buttano dentro.
La cascata del sogno
Dall’altra parte, i Llanos sono spariti. Al loro posto c’è l’odore umido della giungla, una nebbia che intorbidisce l’aria, e a pochi passi una montagna di roccia che sale dritta per centinaia di metri, fino a perdersi nella foschia. È Tepui Orchideo, la montagna che nessuna mappa riporta. Lungo il suo fianco scende una cascata altissima, che finisce in uno stagno coperto di melma grigia. L’acqua è malata.

Sul bordo dello stagno, su una piattaforma di pietra, c’è la statua di quarzo del sacerdote elfico del sogno, con le braccia aperte. Da lì sembra parlare uno spirito, che promette benedizioni a chi si bagna nell’acqua. Ma la voce ha troppa fretta. Dietro la statua, aggrappate come se fossero le sue ali, ci sono due creature scure e piatte come mantelli. Si staccano e attaccano. Durano poco.

Dietro il velo della cascata trovano un passaggio. Su una sporgenza nascosta giace lo scheletro di un elfo, con uno zaino ammuffito: dentro ci sono una gemma bianca di valore, un pugnale del veleno e una pozione che nessuna delle due ha mai visto.
Poi cominciano a salire. Le pareti del tepui sono alte, ma piene di appigli. In cima la giungla si apre su un altopiano. Un ruscello taglia la vegetazione e si getta oltre il bordo. Da una fessura nel terreno sale un vapore verde. E più in alto, incagliato su una sporgenza, c’è il relitto di un dirigibile, con le radici che avvolgono lo scafo, l’albero maestro spezzato e brandelli di vele e corde. Nello scafo si è fatta la tana una bestia simile a una pantera, con due piccoli. Ha due tentacoli sulle spalle e un corpo che non sta mai dove sembra. Il gruppo deve liberarsene prima di poter frugare tra i resti.
Davanti a loro, un canyon scende nel cuore della montagna.
Le Grotte di Cristallo
Il canyon porta in un labirinto di cristalli che pulsano di una luce debole. L’aria è densa della stessa nebbia verde che sale dalla fessura. Nene li accompagna fino all’ingresso, poi si rifiuta di andare avanti.

Dentro, su un isolotto di terra, c’è la Pietra del Sonno: un cristallo grigio e scheggiato che pulsa di luce chiara. Accanto, una donna veglia un’anaconda gigantesca, arrotolata e immobile. È Yarana. Ma qualcosa non torna: l’anaconda non respira. Poco lontano, trasparente come un fantasma, c’è un altro serpente identico, che sbiadisce a vista d’occhio. Nel laghetto verde lì vicino galleggia la pelle di un serpente lungo trenta metri.
Quando il gruppo si avvicina, Yarana attacca. Non è lei: ha lo sguardo vuoto, e combatte contro qualcosa che le stringe la mente. Colpo dopo colpo la guerriera lotta contro quella presa, finché non riesce a liberarsi e torna in sé. Indica l’acqua. Il pericolo vero è là sotto.
Dallo stagno sale il primo aboleth, simile a quello della Fossa dell’Amor Perduto. Lo abbattono, e per un istante sembra finita. Poi l’acqua si rompe di nuovo, e sale il secondo. È più forte, e cede solo dopo aver vibrato un colpo di coda che lascia il segno. Poi nelle Grotte torna il silenzio.
Ai piedi dell’albero da cui pendono le orchidee fantasma, in una cavità, trovano quello che gli aboleth custodivano: tre opali neri, pozioni curative, un unguento fatto con le erbe della Selva Fatata, e una borsa divorante dipinta con una bocca piena di denti, che morde chi ci infila la mano.

Dai fiori pallidi, ognuno con i suoi due baccelli gemelli, uno nero e uno bianco, raccolgono quelli bianchi, della rinascita, e ne mettono da parte uno per Alfonz.
La speranza di Yarana
Libera, Yarana racconta il resto. La Pietra del Sonno mandava a Chimagua visioni di una minaccia proveniente dal Reame Remoto: l’Antico Arido, un essere fatto di siccità e corrosione, che vuole impadronirsi di Atagua. Le sue creature hanno spezzato la Pietra e ne hanno rubato un frammento. È quel furto ad aver fatto cadere Chimagua nel sonno, mentre l’Arido usa il frammento per nutrirsi degli incubi degli ataguani.
Per salvare Chimagua bisogna riprendere il pezzo mancante. Yarana non può andare: la sua immortalità è legata alla Selva Fatata, e fuori di lì invecchierebbe e morirebbe in un giorno. Ha già rischiato una volta, provando a passare per chiamarli. Affida a loro il viaggio nel dominio dell’Antico Arido, e dà un consiglio: l’essere teme la magia di Chimagua. Il baccello bianco dell’orchidea, che porta la rinascita, potrebbe servire contro chi porta la morte.
Resta da trovare la strada per il Reame Remoto. Serve l’Amaca dei Mondi, dice Yarana, una reliquia antica di Atagua. Ce l’ha l’Albamadre, la gigantessa che ogni mattina fa sorgere il sole, all’oasi del Cesto.
Verso il Cesto
Nene li riporta oltre il portale, tra i termitai. Da lì puntano all’oasi del Cesto.
Il viaggio si interrompe presto. Una banda di thri-kreen corre loro incontro in fuga, e dietro avanza una gigantessa senza età. È l’Albamadre, e insegue i thri-kreen convinta che siano un’invasione di insetti. Non è in sé: gli incubi che tormentano Atagua hanno confuso anche lei. Nessuno alza un’arma. Le parlano, la contraddicono, le tengono testa, finché la confusione si dirada e la gigantessa torna lucida.

Riconoscente, l’Albamadre consegna l’Amaca dei Mondi. Il capo dei thri-kreen, scampato alla sua furia, li ringrazia a modo suo, e li indirizza al Monastero del Tapiro d’Argento. Nene vola avanti ad annunciarli.

Il rito del passaggio
Al Monastero li aspetta Melecio, un’anziana elfa dei Dottori Verdi, i guaritori-sciamani di Atagua, con Nene appollaiata sulla spalla. Ha capito subito perché sono lì. Con l’Amaca, dice, si può aprire un varco verso il Reame Remoto, anche se nessuno l’ha mai fatto. In cambio del rito chiede un baccello di orchidea.
Mentre trattano arriva Alfonz, a reclamare il baccello che gli avevano promesso. Glielo consegnano, e lui paga.
I Dottori Verdi chiamano i loro anziani. Il pomeriggio passa nei preparativi. Al tramonto il rito comincia: l’aria si strappa, e il gruppo passa nel Reame Remoto.
Nel Reame Remoto
Dall’altra parte si stende il cadavere dell’Antico Arido, grande come un mondo. Il corpo è morto da tempo. Qualcosa di lui, però, è ancora sveglio. Tutto è secco, buio, e tra le pieghe della carne morta si muovono creature che non dovrebbero esistere. Appena varcata la soglia, una presenza le sfiora e si porta via un po’ della loro forza. Un muro di carne pieno di occhi e di bocche dentate si apre davanti a loro. Più avanti le aspetta un beholder: lo fanno a pezzi in pochi istanti, e la fata ne raccoglie sette occhi.

Avanzano verso il cuore dell’entità, dove una coscienza aliena fluttua sopra un cerchio inciso nel suolo. Mentre la studiano, arrivano di corsa gli Ambasciatori del Fato. Non c’è tempo da perdere, dicono. Portano tra le braccia il corpo di Citlali. Sono in quattro. Uno di loro lo depone sotto la coscienza, gli altri tre si mettono a triangolo sul cerchio e cominciano un rito. Mentre cantano, spiegano in fretta: il corpo di Citlali va preparato per ricevere l’essenza di Pazuzu, e per farlo servono i riti dei tomi e quello che resta dell’Arido. Al gruppo chiedono di fare il resto: prendere il frammento della Pietra del Sonno, incastrato tra le mandibole dell’Arido.

Quando si avvicinano alle mandibole, la carne morta intorno a loro si risveglia e cerca di richiudersi. La fata spezza un baccello bianco e ne sparge i semi. Dove cadono, la carne dell’Arido si ritrae, trema, e sopra il cerchio la coscienza aliena si contorce come se bruciasse. In quell’istante il gruppo strappa il frammento dalle mandibole.
Intanto il canto degli elfi arriva alla fine. La coscienza aliena smette di contorcersi, scende piano sul corpo di Citlali e ci affonda dentro, finché non se ne vede più niente. Allora le pareti di carne si aprono. Da ogni parte sbucano i sibilatori, e comincia una corsa disperata verso il varco. Il gruppo e gli elfi seminano gli inseguitori e si gettano oltre la soglia, di nuovo al Monastero del Tapiro d’Argento.

Non è ancora finita
Al Monastero gli Ambasciatori del Fato richiamano subito le loro falene stellari. Salgono tutti a bordo, e fanno rotta su Tepui Orchideo.
La prima tappa è sotto la montagna. Nelle Grotte di Cristallo il gruppo rimette il frammento al suo posto nella Pietra del Sonno, mentre gli elfi tirano fuori dallo stagno le carcasse degli aboleth rimaste sul fondo. L’acqua si schiarisce, e le Grotte tornano pulite.
Fuori li aspetta il piazzale accanto alla cascata. Gli elfi rimuovono in fretta la statua del sacerdote, per fare spazio. Poi preparano i baccelli bianchi dell’orchidea per aprire la Fiasca. Non fanno in tempo a usarli: il loro capitano si blocca di colpo. Gli elfi astrali non lasciano mai trasparire niente, ma questa volta restano tutti senza parole. Davanti a loro compare Sholeh.
Per una volta non è affabile né allegra. È seria, decisa. I baccelli non funzioneranno, dice. Vorrebbe che ci fosse un altro modo per aprire la Fiasca, ma non c’è. L’ha chiusa lei, con il suo sangue, e solo lei può togliere il sigillo, così come l’ha messo. Pazuzu sapeva che sarebbe finita così, e non c’è modo di evitarlo.
«Dovete fidarvi di me.»
Il gruppo, non del tutto convinto, le consegna la Fiasca. Il sangue di Sholeh scioglie il sigillo.
Il buio cala all’istante, ovunque. Al centro del piazzale giace una sagoma nera che ricorda vagamente Citlali: una creatura alata, a guardarla bene. Fissarla è come sporgersi su un pozzo senza fondo e sentirsi cadere. Pazuzu è ad Atagua.
Il ritorno di Pazuzu
Il demone si alza nel corpo di Citlali, e la terra trema. Il gruppo lo affronta, e lo ferisce davvero. Per un istante sembra persino che possa cadere. Ma il demone non combatte per vincere. Li logora, li costringe a scoprirsi, e si guarda intorno, come se cercasse qualcun altro.
Cerca Sholeh.
Quando il gruppo è in ginocchio, lei interviene. È il momento che il demone aspettava. Pazuzu abbandona il corpo sfinito di Citlali, che non si rialza più, e si riversa in Sholeh, la sua antica carceriera. Il corpo di Sholeh si squarcia e si gonfia, e diventa un drago d’ombra, enorme, che nessuna arma riesce a scalfire. Il contingente astrale comincia a cedere.

Pazuzu non resta a combattere. Ha quello che voleva. Con un colpo d’ali punta verso la Cittadella Radiosa, a riprendersi quella che considera casa sua.
Il piazzale è in rovina, il gruppo a terra. Poi la luce torna. Chimagua si è svegliato, e dal passaggio che il serpente ha riaperto arriva in armi la Selva Fatata, guidata da Zybilna, l’arcifata che la governa. Spiega poco. Dice solo che Pazuzu può cadere, se avranno fede in Sholeh, ma non lì, e non per mano della Selva Fatata. Le risposte sono alla Cittadella. Poi le sue creature e il suo jabberwock, un drago contorto dalle lunghe zampe, si uniscono alla flotta degli elfi, e tutti insieme fanno rotta verso casa.
Il testamento sparso
Quando arrivano, la Cittadella è già sotto assedio. Il cielo è pieno di demoni alati, e il Diamante Aurorale non brilla più: manda intorno una luce scura, come un’aurora di tenebre. Ad accoglierli c’è Arayat, il vecchio comandante degli Opliti, che non ha mai lasciato il suo posto. Si aspettano ordini per la difesa. Lui invece consegna loro un frammento di pergamena, e indica dove cercare il prossimo.
Sholeh, dice Arayat, ha diviso il suo testamento in tanti pezzi e li ha affidati alle persone di cui si fidava, perché solo il gruppo potesse ricomporlo. Così, mentre la battaglia infuria, attraversano la Cittadella di frammento in frammento, e ogni pezzo li manda al successivo.
Kung, Nasa e Bisash, gli elementali di casa, consegnano il loro pezzo al Pasto Alimentale. Ellis Greyshore, l’Araldo di Divinafflato, li aspetta nella sua casa vuota. Dal giorno in cui le nebbie si sono prese la sua terra non ha più rivolto loro la parola. Ora consegna il suo frammento a testa bassa. Alla fucina di Citlali il pezzo glielo porge il servitore invisibile. Poi l’Incappucciato del Quieto Spirito, dove tutto era cominciato con la Fiasca barattata. Barham Nasri, alla Gilda dei cacciatori di mostri. Jia Meng Mei, al Collettivo dei Cartografi. E Canna Brightbane, una profumiera che conosceva Sholeh da molti anni, e le congeda con poche parole: «Al cuore, dove la luce si è fatta tenebra. Lui vi aspetta.»
L’ultimo frammento lo consegna, in silenzio, Ardrik, il monaco muto che Sholeh aveva affidato al gruppo.
Messi insieme, i pezzi formano un mosaico, e il mosaico dice la verità. Comincia così: «Vi ho scelti dal primo giorno, e vi ho guidati fin qui senza dirvelo.» Non spiega perché proprio loro. Prima di offrirsi al demone, Sholeh si è avvelenata: a Pazuzu ha lasciato un corpo già condannato, e lo ha attirato fino al cuore della Cittadella. Adesso in quel corpo sono in due, anche se sembrano uno solo. Se colpiscono soltanto il demone, tornerà. Se colpiscono soltanto lei, morirà per niente. Sholeh e Pazuzu devono cadere insieme, nello stesso istante: una mano per Sholeh, una per Pazuzu. Il veleno che lei porta lo indebolirà, ma servirà un momento in cui sia scoperto: allora va dato il colpo. La morte di Sholeh è la condanna di Pazuzu.
La resa dei conti
Ardrik le guida al cuore della città: la Riserva degli Antenati, scavata dentro il Diamante. È lì che Pazuzu sta andando.
Fuori, i comandanti mettono in campo tutto quello che hanno: le falene stellari e le creature di Zybilna in cielo contro le orde, a terra i veterani di cento terre diverse. Nella Riserva, con le due, entrano Arayat e i suoi Opliti, i cacciatori di mostri e chiunque abbia il coraggio di mettersi in mezzo.
Pazuzu arriva alla soglia e si ferma. Il drago d’ombra è troppo grande per entrare. Allora si raccoglie. Le ali immense si ripiegano, il corpo si contrae con un rumore di ossa che si spezzano e si saldano, e quello che varca la soglia cammina su due gambe: una figura magra, con la testa di un rapace, una criniera arruffata, quattro ali dalle penne rosso scuro e occhi gialli. Avanza senza fretta verso il centro. Sotto il becco, a tratti, affiora ancora il volto di Sholeh.

Lo affrontano, e scoprono che il testamento diceva il vero. Ogni colpo va a segno, e ogni ferita si richiude. Non si può abbatterlo con la forza. Si può solo rallentarlo, e chi lo rallenta lo paga caro.
Arayat e i suoi Opliti gli sbarrano la strada per primi, e un soffio di acido e fuoco li spazza via. Quando il fumo si dirada, dei suoi uomini non resta in piedi nessuno. Lui si regge a fatica. I cacciatori di mostri si gettano sul demone, e molti cadono sotto i suoi artigli e la sua spada prima ancora di capire da dove arriva il colpo. Barham Nasri è tra gli ultimi a restare in piedi. Paolo Maykapal, arrivato da Dayawlongon con i suoi cugini cacciatori di draghi, prova a chiudergli il passo, e Pazuzu scatena su di loro uno sciame di insetti che li copre come una nuvola nera. Bisash gli si para davanti, e il demone la secca con un gesto: l’elementale avvizzisce sotto i loro occhi. Per ogni passo che Pazuzu fa verso il centro, qualcuno cade per fermarlo.
Poi uno dei campioni arrivati con Zybilna, un paladino, lo affronta a viso aperto. Incassa un colpo, poi un altro, e al terzo riesce a strappargli la spada di mano. L’arma vola lontano. Pazuzu lo travolge e si volta per riprenderla.
Resta Ardrik. Il monaco che non ha mai detto una parola si mette tra il demone e la spada, tra il demone e le due. Pazuzu lo colpisce ancora e ancora, e lui non si sposta. Quando arriva il colpo destinato a loro, lo prende in silenzio. Nel momento in cui cade, il Diamante Aurorale risponde.
Il lampo
Dal cuore della Cittadella esplode una luce bianca, che riempie tutto. Il rumore della battaglia si spegne di colpo. Tutti, tranne le due, restano accecati e immobili, e le ali del demone si fermano a mezz’aria. Per qualche secondo non esiste altro che luce.
In quel silenzio, Sholeh e Pazuzu sono fermi, scoperti, nello stesso corpo. La fata ha davanti la donna che il primo giorno le ha dato una casa. Colpisce Sholeh. La paladina colpisce Pazuzu, e sulla sua lama la fiamma di Raki divampa più forte che mai. Nello stesso istante.
La fine di un immortale
Il demone urla. È un grido che non si sente con le orecchie: è un’onda che fa tremare la Riserva e piega chi è ancora in piedi. Il suo corpo si crepa come terra secca, e dalle crepe esce il buio, che la luce del Diamante brucia appena tocca l’aria. Stavolta non si rialza.
Poi tutta l’energia si libera insieme. Il Diamante si spacca. Il Lamento Oscuro, il ciclone che da sempre gira intorno alla Cittadella, si dissolve. Da fuori arriva un boato, e dall’alto della cupola comincia a cadere cenere nera, come neve: le orde di demoni si sfaldano. La Cittadella trema fino alle fondamenta. Le colonne crollano, la Riserva si squarcia in due. Quando tutto si ferma, al centro non resta niente. Né il demone né Sholeh: solo un po’ di cenere, che la luce del Diamante disperde.
Le tre porte
Ma per le due la luce non si spegne. Il bianco le avvolge e le porta altrove, in un posto senza pareti né cielo, dove anche il respiro non fa rumore. Non sentono dolore. Per la prima volta, non sentono nessun peso.
Davanti a loro ci sono tre porte, e nessuno dice quale sia quella giusta. Le aprono, e guardano dentro come da una finestra. Dietro la prima ci sono loro stesse, vive, sotto il cielo della Cittadella che ricomincia, con il ricordo di tutto. Dietro la seconda c’è una luce calda, e in lontananza le figure dei compagni che hanno perso lungo la strada, voltate verso di loro, ad aspettarle. Dietro la terza, ognuna vede sé stessa in una vita nuova: un’altra possibilità, in un mondo senza guerre, senza più un ricordo né un nome.
Scelgono strade diverse. Sulla soglia si guardano un’ultima volta: una va verso la pace, l’altra verso il domani.
La paladina sceglie la porta della luce. Dietro di lei, per un istante, qualcuno la chiama: Darath. Lei non si volta. Alza appena le spalle: «Non è il mio nome.» Varca la soglia, e trova chi l’aspetta. Tra loro c’è anche Citlali, che il demone aveva lasciato senza vita. Lì nessuno porta più i segni di come è morto.
La fata resta. Sceglie il mondo che hanno salvato, con tutto quello che comporta: i ricordi, i caduti, le macerie da cui ripartire. Si risveglia sotto il cielo della Cittadella, viva, libera, con il viaggio ancora davanti.
Gazzetta di Atagua

Cultura e società Atagua è una terra di praterie tropicali e foreste dense dove il potere è diffuso tra comunità sparse, collegate dalle Pratovie, le strade sopraelevate costruite dall’antico Popolo dell’Inondazione. I Dottori Verdi, un collettivo di guaritori-mistici, custodiscono le conoscenze della terra; la Cababa, guerrieri esploratori d’élite, pattuglia le vie e protegge i viaggiatori.
Economia Cioccolato, zucchero, orchidee rare, resine profumate e frutti esotici sono le risorse principali. Il commercio è locale e basato sullo scambio: le orchidee del Tepui Orchideo, legate alla Selva Fatata, sono leggendarie e attirano cercatori da ogni civiltà collegata alla Cittadella Radiosa.
Creature e spirito del luogo La Selva Fatata è viva in senso letterale. Spiriti silvani, piante senzienti, bulette e creature del Reame Remoto abitano i livelli più profondi della foresta e dei Llanos. Chi si allontana dai sentieri tracciati rischia di non tornare, o di tornare cambiato.
Feste e tradizioni La Fioritura è l’evento più atteso dell’anno: quando le orchidee del tepui sbocciano tutte insieme, le comunità si riuniscono per celebrare, commerciare e rinnovare i patti con gli spiriti della selva. Ogni fioritura è diversa, e ciascuna porta presagi che i Dottori Verdi interpretano per i mesi a venire.
Identità Atagua vive in simbiosi con la selva. Non la domina, non la teme: la ascolta. In un mondo dove tutto cresce, fiorisce e marcisce, la pazienza è la virtù più rispettata, e la fretta il pericolo più grande.
