Viaggi nella Cittadella Radiosa

Dinastia sepolta

Yongjing: Rovine della Dinastia Yun

Yongjing 12 min24 maggio 2026

Una vecchia conoscenza

Alla Cittadella la notizia si sparge in fretta: i tomi di Djaynai sono finiti agli elfi astrali, proprio quelli che tutti sospettano. Gli esuli di Djaynai e di Janya guardano gli elfi come ladri. Al mercato c’è chi rifiuta di vendere loro. Le collane di Atiba-Pa, poi, sono ancora al collo delle due, e a Djaynai nessuno le ha più viste. Nella Riserva Darael accusa Sholeh di aver mandato dei ladri nella sua terra, altri Araldi gli danno ragione, e la discussione finisce a voce alta. Gli elfi l’avevano previsto. Di notte il Lamento Oscuro gira così vicino che fa vibrare i vetri delle finestre.

Con quel peso addosso, e con il segreto della Fiasca, aspettano la prossima convocazione degli Araldi. Prima però le cerca Jia Meng Mei, la cartografa che conoscono da tempo: la fata lavora con lei nel Collettivo dei Cartografi.

Le riceve nella sede del Collettivo, un edificio che sembra un tempio: sale silenziose, scaffali fino al soffitto, un grande archivio di mappe al centro. Jia è piccola, porta gli occhiali rotondi e due bacchette d’avorio tra i capelli, con in cima due elefantini, e ha la calma di una persona molto più vecchia. Stende le carte sul tavolo e racconta di Yongjing, la capitale del Grande Xing, come una guida turistica. Poi, quando restano sole, abbassa la voce.

Nel suo paese i sovrani vivono molto più a lungo del normale, grazie a certi antichi rimedi tradizionali. È così che il Grande Xing si garantisce stabilità e prosperità da secoli. Ma qualcosa si è inceppato. La lunga vita dell’Imperatore di Giada Bianca non è più sicura, e lo sanno in pochissimi.

Alla Cittadella Jia fa la cartografa. A casa sua è un Fantasma Imperiale, un agente segreto, e su questa storia vuole vederci chiaro. Ha già preso contatto con la Gran Segretaria Wei Feng Ying, la seconda carica dello stato, e d’accordo con lei vuole farsi accompagnare da qualcuno che non abbia legami con la corte. Quel qualcuno sono loro.

Quella notte la fata fa un sogno, e nel sogno la libellula di granato le parla. Le dice una parola sola, che lei non ha mai sentito: Ashkarland.


Yongjing

La Gemma di giada bianca li lascia a poca distanza dalle mura. Alla porta meridionale tutto è ordinato: servitori, controlli, inchini. Yongjing è una città dove ogni ingranaggio ha il suo posto. La Gran Segretaria li riceve in un ufficio interno del ministero, tra pareti laccate e tazze di tè, con una cortesia impeccabile e fredda.

Donna anziana dai capelli raccolti, in ampia veste rossa ricamata con fascia azzurra in vita e pannello scuro decorato, con la mano aperta in avanti

Mentre Wei spiega la spedizione che ha in mente, Jia cambia sotto i loro occhi. Toglie le bacchette dai capelli, ripone gli occhiali, e quando si presenta di nuovo non è più Jia Meng Mei. È Lu Zhong Yin, una studiosa schiva, archeologa di palazzo. Sarà lei ad accompagnare il gruppo nella Città Antica, sotto la Sala del Merito.

Giovane dai capelli neri corti, in veste scura con bracciale d’armatura e cintura carica di pugnali, con un pendaglio di giada verde al fianco


La Città Antica

Il passaggio si apre dietro un muro sbriciolato, nel seminterrato. Oltre la breccia la muratura è più vecchia di secoli: sono le rovine della Dinastia Yun, la città rimasta sepolta sotto Yongjing molto prima che gli Xing salissero al trono.

Nel primo corridoio c’è una bestia tozza e puzzolente, tutta bocca e tentacoli. Non attacca: gli gettano qualcosa da mangiare, e li lascia passare.

Bestia tozza dalla pelle coriacea giallastra, con un’enorme bocca dentata al centro del corpo e due lunghi tentacoli spinosi, uno dei quali termina in un grappolo di occhi

Oltre il corridoio si apre la sala del trono. Il Trono del Drago è saldato alla sua piattaforma e non si muove. Su un fianco c’è un incavo vuoto, della forma di una sfera di bronzo.

Poco più avanti trovano una donna imprigionata in uno specchio dell’intrappolamento vitale. La liberano. Parla solo un dialetto antico, e ogni sua parola passa per Lu Zhong Yin, che traduce. Si chiama Lu Gong, ed era la sposa dell’Imperatrice Nube di Montagna, l’ultima sovrana della Dinastia Yun. È rimasta chiusa lì dentro per secoli: l’imperatrice voleva che non invecchiasse mentre lei inseguiva la vita eterna.

Specchio alto dalla cornice dorata riccamente lavorata, con gemme verdi incastonate in cima e in basso

Nella camera da letto accanto li aspettano degli zombi, lenti e ostinati. Non danno troppi problemi.

Cadavere ambulante dalla pelle grigia e disseccata, con lunghi capelli bianchi, stracci addosso e artigli ricurvi, che avanza a bocca spalancata

Oltre la camera si apre un giardino privato, sepolto con il resto del palazzo: rocce di pietra verde e, al centro, una fontana asciutta scolpita a forma di tre draghi intrecciati. Accanto c’è un martello della stessa pietra. Quando colpiscono i tre draghi, ognuno suona come una campana, e dalle loro bocche erompe l’acqua. Con l’acqua esce una sfera di bronzo grande come un pugno.

Quando la vasca è piena, Lu Gong si china a toccare l’acqua. Nel riflesso compare, sorridente, l’Imperatrice Nube di Montagna, e per un minuto il giardino rifiorisce: alberi, fiori, profumo di susino. Poi tutto torna com’era. Lu Gong le ringrazia, commossa, e porge loro la sfera: è il pezzo che manca al trono.

Tornate nella sala, la incastrano nell’incavo. La piattaforma scivola di lato, e si apre un vano. Lo sorvegliano dei morti che camminano: magistrati Yun, racconta Lu Gong, sepolti vivi sotto il trono per custodirne i tesori. Il gruppo li abbatte.

Uomo dal volto pallido e ferito, con una corda annodata al collo e un mantello rosso, che alza una mano; sullo sfondo azzurro le guglie di un edificio

Nel nascondiglio trovano monete d’oro, una corazza adamantina, tre pozioni dorate e un paio di pantofole che permettono di camminare sui muri come un ragno. La fata le indossa subito. Poi, sopra le loro teste, la piattaforma torna al suo posto e si blocca. Qualcuno le ha chiuse dentro.

Lu Gong ricorda un’altra via. Per un passaggio che solo lei conosce, le riporta nel giardino dei tre draghi, si siede accanto alla fontana e recita una preghiera antica. Davanti a lei si apre un portale.


I guerrieri di giada

Oltre il portale c’è una tomba: una sala esagonale con le pareti venate di giada. A terra giacciono cadaveri in ogni stato di decomposizione. Sono quelli arrivati lì prima di loro.

Prima che succeda altro, nell’aria si forma l’immagine di Wei.

«Il vostro servizio è molto apprezzato, avventurieri. Ma avete imparato giusto quel tanto che basta per diventare pericolosi. Non permetterò che la nostra grande nazione precipiti nello stesso caos della Dinastia Yun. Se avete ultime volontà, mettetele per iscritto: le recupereremo e faremo il possibile per onorarle dopo la vostra morte.»

Poi esita, e l’immagine trema.

«Zhong Yin, non verrò a riprenderti come previsto. Mi dispiace.»

L’immagine svanisce, e per un lungo momento tutti guardano Lu Zhong Yin. Lei è pallida, e scuote la testa. Wei le aveva promesso di riportarla su a missione finita. Lei, della trappola, non sapeva niente.

Dalle alcove, una dopo l’altra, si staccano le statue di giada: sei guerrieri, ognuno con l’emblema di un animale, che avanzano verso di loro.

In una sala buia, una statua di pietra chiara raffigurante un guerriero in armatura si muove abbassando la lancia, mentre altre identiche stanno immobili lungo le pareti; a terra ossa e un teschio

Abbatterle non serve. L’unica via d’uscita è il portone in fondo alla sala, chiuso da sigilli magici. Il gruppo si divide: chi tiene la prima linea contro le statue, chi lavora ai sigilli. Più statue si svegliano, più la linea cede. Proprio quando stanno per essere travolte, i sigilli si accendono. Il portone si apre, e le statue tornano composte nelle loro alcove.


Il drago d’oro

Oltre il portone c’è un tunnel pieno di scaffali e pergamene: rapporti di agenti imperiali sullo stato del regno, scritti da gente sparita nel nulla. Più avanti si apre una caverna. Lì lavorano degli alchimisti imperiali. In fondo, incatenato con vincoli runici, c’è un drago d’oro.

Drago dalle scaglie dorate con lunghi baffi filiformi, corna a raggiera e grandi ali membranose spiegate, la coda irta di spuntoni

Le carte sugli scaffali bastano a capire: è lui il rimedio tradizionale. Da un anno gli alchimisti cercano di estrarre dal suo corpo la Benedizione che allunga la vita degli imperatori. Ed è stata Wei a farlo catturare.

Gli alchimisti riconoscono Lu Zhong Yin e chiedono spiegazioni. Mentre la conversazione si fa tesa, la fata capisce cosa fare: scivola nella caverna, si nasconde dietro il drago e comincia a forzare i lucchetti delle catene.

Gli alchimisti se ne accorgono. Addormentano di colpo Lu Zhong Yin e Lu Gong, poi si gettano sul gruppo senza pietà, come se impedire la liberazione del drago fosse l’unica cosa che contasse.

Appena i lucchetti cedono, il drago, debole e ferito ma ancora terribile, si scaglia sui suoi carcerieri. In pochi istanti gli alchimisti non ci sono più. Lu Zhong Yin e Lu Gong si risvegliano poco dopo, stordite.

Quando torna la calma, il drago ringrazia le sue liberatrici. Racconta chi è, da dove viene, cosa gli hanno fatto. Poi prende forma umana, e risale con loro verso la luce, fino a una grata di ferro che si apre nello sgabuzzino dietro il teatro dell’opera imperiale.


Sorpresa per il pubblico

Sul palco c’è un’opera in corso, e nella tribuna d’onore siede l’Imperatore di Giada Bianca. Il gruppo e il drago salgono sul palco e interrompono lo spettacolo.

Uomo anziano in sontuosa veste dorata ricamata di draghi, con collana di perline azzurre, che regge fra le mani una gemma bianca luminosa

Il drago parla per primo. Non si limita ad accusare la Gran Segretaria: ricorda alla città cosa ha fatto per lei.

«Per secoli ho vegliato su Yongjing. Sapete cosa sono stato per voi. Quello che mi hanno fatto quaggiù non accadrà mai più.»

Poi riprende la sua forma e si alza in volo, sfondando il tetto del teatro. Non fa vittime, ma per qualche secondo tutta la città trema.

I documenti recuperati nel sottosuolo finiscono sul tavolo dell’Imperatore. Non lasciano dubbi.


La Segretaria

L’Imperatore ordina che Wei si presenti a rispondere delle accuse. Le guardie la scortano davanti al sovrano. Lei si ferma a pochi passi da lui, e scoppia in una risata forte e sguaiata, che non è la sua. Poi si dissolve in un’esplosione di fumo nero. Le guardie più vicine cadono a terra, morte. Dove stava lei, sul pavimento, resta una piuma grigia. Le due la riconoscono: è come quelle sull’altare di Vacua e sulla soglia della fattoria del lago.


Congedo

La mattina dopo l’Imperatore li riceve in udienza privata. La vera Gran Segretaria è stata trovata morta. Era stata uccisa e sostituita molto tempo prima: qualcuno le aveva preso il volto, la voce e la carica, e aveva ordito la congiura al suo posto.

Poi chiede silenzio sul segreto della lunga vita dei sovrani. In cambio li ricompensa con tremila monete d’oro a testa, pozioni rare e un dono del drago: un amuleto che porta con sé una piccola parte della sua Benedizione.

Accettano. Yongjing continuerà a credere che il suo Imperatore sia eterno. Lu Gong, la sposa dell’ultima imperatrice Yun, resta in città: l’Imperatore le offre una casa nella città che un tempo era sua, e Lu Zhong Yin promette di andarla a trovare.

Quando escono dal palazzo, alzano gli occhi. Tra le nuvole sopra la città passa l’ombra lunga di un drago.


Gazzetta di Yongjing

Pianta della città murata di Yongjing, tutta a rettangoli simmetrici: i palazzi della famiglia imperiale e la Corte interna delle farfalle a nord, la Sala del Merito, la Sala degli archivi e la Sala della Saggezza divina al centro, il quartiere dei forni e quello dei mercanti a ovest, il Consiglio Ottadico a est e il Portale dell’Ascensione a sud

Cultura e società Yongjing è la gloriosa capitale del Grande Xing, retta dalla Dinastia Xing il cui Imperatore di Giada Bianca governa da decenni grazie a un antico segreto di longevità. La città pullula di studiosi, burocrati, artigiani e artisti: la cultura valorizza erudizione, calligrafia, poesia e rispetto per gli antenati, mentre il Consiglio Ottadico governa gli otto ministeri con ordine meticoloso.

Economia Seta, giada, tè e porcellana sono le merci più pregiate. I campi di riso terrazzati nutrono milioni di sudditi, mentre le rotte commerciali attraversano fiumi navigabili e passi montani sorvegliati; il Pesco di Giada Bianca è il simbolo stesso della prosperità imperiale.

Creature e spirito del luogo I draghi non sono leggenda a Yongjing: sono alleati storici, consiglieri ancestrali e, se traditi, nemici implacabili. Sotto la città moderna giacciono le rovine della Città Antica, dove antiche trappole magiche, spiriti delle dinastie scomparse e creature misteriose attendono chi si avventura troppo in profondità.

Feste e tradizioni Il Festival delle Lanterne Imperiali celebra il legame tra la dinastia regnante e i draghi protettori. Processioni, fuochi d’artificio e tornei poetici si alternano a riti più segreti nelle cripte sotto il palazzo, dove la linea tra cerimonia pubblica e cospirazione di corte è sempre stata sottile.

Identità Yongjing vive nella tensione tra tradizione e cospirazione. Ogni dinastia promette eternità, ma le rovine sotto la città ricordano che anche gli imperi cadono, soprattutto quando qualcuno dimentica il prezzo del patto originale.

Albero dalla chioma di schegge di pietra chiara e fiori bianchi, che si sfalda in frammenti sospesi, isolato in una prateria dorata sotto un cielo rosato