Viaggi nella Cittadella Radiosa

L'ombra del sole

Akharin Sangar: Piazza dei Tre Soli

Akharin Sangar 14 min14 febbraio 2026

La taglia

Alla Cittadella l’aria è cambiata. Divinafflato è sparita nel nulla, e da Dayawlongon arriva chi li chiama gli assassini del protettore delle isole. Al mercato qualcuno smette di salutarli. Nella Riserva l’Araldo di Dayawlongon si schiera con Ellis Greyshore e chiede che il gruppo non venga più mandato da nessuna parte. Sholeh li difende, ma stavolta la sua parola non basta a chiudere la discussione. Gli Araldi si riuniscono a porte chiuse, e il Lamento Oscuro adesso si sente da ogni quartiere, anche di giorno.

Intanto la pista dell’agguato a Citlali non si è chiusa. Sulla bacheca della Gilda dei cacciatori di mostri compare una taglia proprio su di lei: «Citlali Gallegos, mutaforma». La Gilda giura di non averla mai emessa. Seguendo la taglia, il gruppo si imbatte in un’ombra capace di cambiare forma e la abbatte. Prima di dissolversi, l’ombra prende per un istante l’aspetto di un elfo astrale. Lì la pista si ferma.

Negli stessi giorni, al Collettivo dei Cartografi, la fata riordina vecchi archivi e trova, quasi per caso, carte più antiche di tutte le altre. Ci ricorre un nome: Pazazur, lo stesso che sente nel vento dai giorni di Divinafflato. E le carte dicono che il Lamento Oscuro girava intorno alla Cittadella già ai tempi in cui furono scritte.

Poi arriva una convocazione diversa dalle altre. Sholeh non li manda in una terra sconosciuta: li manda a casa sua.

Akharin Sangar è una città-stato su un altopiano, ai piedi delle Cime Celesti. Da cinquant’anni la governa un angelo, Atash, e la sua è una teocrazia severa: niente preghiere in pubblico, libri e filosofia censurati. Sholeh ci è cresciuta. Vuole che il gruppo prenda contatto con una sua vecchia amica, Afsoun Ghorbani, attrice famosa e, in segreto, capo dei ribelli. Vuole capire come stanno davvero le cose nella sua terra.

Angelo dalla pelle scura e la barba nera, con una corona d’oro, una lunga veste rossa stretta da una fascia a righe e grandi ali dorate, a braccia conserte

A partire sono in due.


La Shabe Taabaan

La Gemma di turchese li lascia in città mentre fervono i preparativi per la Shabe Taabaan, la Notte Brillante: una settimana, ogni tre anni, in cui la luna splende come il sole e la notte non arriva mai. La Piazza dei Tre Soli è piena di gente, bancarelle e stendardi. Ma la festa è nervosa. Gli Eredi cinerei, anarchici violenti con maschere da efreeti, hanno già seminato abbastanza paura da mettere a rischio tutta la celebrazione.

All’improvviso il selciato della piazza si apre, e dalla voragine esce un verme gigantesco, viola e corazzato.

Verme gigantesco dal corpo viola a segmenti corazzati, irto di spuntoni chiari, che erompe dalla sabbia con le fauci tonde spalancate e piene di zanne

Il gruppo si divide d’istinto. La paladina si butta tra la folla, a trascinare in salvo la gente travolta e avvelenata. La fata capisce subito da dove viene il problema: alcuni Eredi cinerei, sparsi per la piazza, gridano dentro degli emanabum, imbuti meccanici che triplicano la voce, e quel rumore fa infuriare il verme. La fata si alza in volo e li raggiunge uno per uno, distruggendo gli imbuti prima che possano reagire. Quando l’ultimo tace, il verme si ritira nella voragine.

Nella polvere atterra un angelo dalla pelle azzurra e dalle quattro ali scarlatte, seguito da dieci guardie. È Artavazda, portavoce dei Guardaluce e braccio destro di Atash.

Figura alata dalla pelle grigio-azzurra e gli occhi rossi, con quattro ali di piume scarlatte, corona dorata e corazza a scaglie d’oro sopra una veste bianca, che leva una mazza luminosa

Ringrazia, cura i feriti, poi fa la sua proposta. Le sue guardie non bastano a tenere a bada gli Eredi cinerei. Se il gruppo lavorerà con i Guardaluce fino alla fine del festival, ognuna di loro avrà ottocento monete d’oro.


Inseguimento al bazar

Prima di accettare, il gruppo passa per il Ruz Bazar, il mercato sotterraneo, antico quanto la città. Gli Eredi cinerei hanno già picchiato diversi mercanti cercando un oggetto magico appena dissotterrato nel deserto. Nel negozio di tappeti di Emad Farrokh, un mercante calmo e gentile che ha superato decenni di ispezioni dei Guardaluce, il gruppo arriva tardi. Due Eredi cinerei sono entrati nella stanza segreta dietro gli arazzi, e ne escono con un samovar decorato e un tappeto volante.

Recipiente metallico panciuto col collo stretto e il tappo a vite, cinto da catene, con una fascia di tridenti incisi e una grande runa sul fianco

I ladri sono già in aria, sul tappeto.

Uomo col volto coperto da una maschera rossa, accovacciato su un tappeto volante, seguito da una lunga scia di oggetti sospesi in aria: tappeti, brocche, un liuto, un ombrellino, ceste e galline

L’inseguimento è caotico: vicoli che si moltiplicano, stendardi tesi tra i tetti, incantesimi che arrivano da ogni parte. Alla fine la fata riesce a strappare il tappeto ai ladri, e i due Eredi cinerei vengono bloccati. Il samovar finisce nelle mani del gruppo.

Emad è riconoscente, e lascia che si tengano il tappeto. La fata lo regala alla paladina. Ma il samovar continua a incuriosire tutti: cosa contiene di così prezioso? Ricorda la fiasca sigillata del Quieto Spirito: anche questo sembra fatto per tenere chiuso qualcosa. Quando la fata lo apre, nel negozio si alza un vento improvviso e compare una nuvola di vapore profumato. Dentro c’è Baadi, un djinni dalla pelle blu e dall’umore pomposo.

Genio dalla pelle azzurra e la barba scura, con turbante bianco e piuma rossa, gilet ricamato e scimitarra in pugno, il cui corpo sotto la vita diventa fumo che rientra in una lampada d’ottone

La sua offerta è secca, quasi annoiata: esaudirà un desiderio se ritroveranno suo cugino, un efreeti di nome Navid. Non sa dove sia, non sa che aspetto abbia adesso, e non sa con quale nome si faccia chiamare.


Laleh

Poco dopo un vecchio in tunica si avvicina e consegna loro un pezzo di torrone al pistacchio, avvolto in una carta con il disegno di una manticora sorridente. «La vostra vecchia amica Laleh desidera vedervi presto.» Poi sparisce tra la folla.

La manticora sorridente è il simbolo del Panificio Ghorbani, a ovest della piazza: due piani, profumo di rose e di farina. Laleh Ghorbani li accoglie con un vassoio di dolci e un sorriso, aspetta che escano gli ultimi clienti, poi chiude la porta a chiave.

Donna elfa con velo viola, veste azzurra e grembiule verde a tasche, che porge un vassoio di dolcetti chiari; un avambraccio è una protesi bianca intagliata

È un’elfa dagli zigomi alti e dagli occhi castani, con un braccio protesico decorato e il grembiule ancora sporco di farina. Parla piano, scegliendo le parole. Sua sorella Afsoun è stata arrestata dai Guardaluce in Piazza dei Tre Soli, e dopo l’interrogatorio non è stata rilasciata. Con Afsoun in prigione, il comando del Ruggito Silente, i ribelli che vogliono riportare la città al governo del popolo, è passato a lei.


Il tempio della luna

I due ladri catturati al bazar, in cambio della libertà, avevano parlato. Il samovar doveva finire nel covo degli Eredi cinerei, un tempio abbandonato nella Città Vecchia, e il loro capo si chiama Navid. Intanto le due hanno accettato l’offerta di Artavazda, e il patto le porta lì. Il gruppo ci va con le maschere da efreeti prese ai ladri, travestito da Eredi cinerei.

Il covo è un tempio cadente, con un cancello chiuso a lucchetto, piante secche tutto intorno e una fontana vuota piena di immondizia. Sull’impalcatura dell’ingresso qualcuno ha lasciato una scatoletta di pigmenti e un pennello.

Dentro, i mosaici sulle pareti non raffigurano il Tessisole, il dio della città. Raffigurano le fasi lunari e piante in fiore sotto una luna splendente. Gli anarchici li hanno coperti di graffiti, ma non sono riusciti a cancellarli.

In fondo a un corridoio di mosaici lunari si apre una sala a cupola: rocce vulcaniche che spuntano da una sabbia rossa e rovente, lanterne magiche con le stesse fasi incise. Al centro, disteso su un cuscino, c’è un uomo dalla pelle scura e dagli occhi luminosi. È Navid, il capo degli Eredi cinerei.

Uomo dagli occhi gialli luminosi e i baffi, con papalina rossa e tunica blu e oro decorata di fiamme rosse, sdraiato fra cuscini rossi

Lui capisce subito che non sono Eredi cinerei. Le riconosce anche: sono quelle che al bazar hanno fermato il furto del samovar. Non si scompone. Con la calma di chi non ha mai avuto paura di nessuno, spiega che gli Eredi cinerei non vogliono riformare Akharin Sangar, né consegnarla a un’altra fazione. Vogliono bruciare tutto e ricominciare da capo.

Poi cambia tono.

«Una di voi resta qui. L’altra va a prendere mio cugino Baadi. Se non torna presto, chi è rimasta muore. E se non accettate, non uscirete vivi.»

Accettano.


I cugini

Baadi arriva. Quando i due si trovano faccia a faccia, Navid lascia cadere il travestimento e mostra la sua vera forma: un efreeti, un genio del fuoco. Racconta di essere l’erede di un casato che Atash aveva deposto cinquant’anni prima, e di aver vissuto da allora nascosto, travestito da profeta anarchico.

Baadi lo guarda e dice poco. I due geni si allontanano lungo il corridoio parlando sottovoce, girano un angolo, e spariscono.

Non tornano, e il desiderio promesso se ne va con loro. Senza il loro capo, gli Eredi cinerei rimasti nel covo attaccano. Combattono tra le rocce roventi e la sabbia che brucia i piedi. Quando l’ultimo cade, tra le casse della sala di preghiera il gruppo trova merce rubata al bazar per centinaia di monete d’oro e vasi preziosi sottratti ai mercanti. Sepolta sotto la sabbia c’è una cassa di ferro con una corona intarsiata di opali di fuoco, una falce d’argento dal pomo di perla e una pergamena magica di volare.


Due mandanti

Al Nobile Gioiello, il vecchio palazzo reale dove hanno sede i Guardaluce, Artavazda li ascolta con attenzione. Quando sente il nome di Navid e scopre cos’era davvero, mormora qualcosa sull’inutilità del sangue senza la luce. Poi li ricompensa con due diamanti rosa e fa un’altra richiesta.

Il Ruggito Silente si riunisce quella sera al teatro Rosa Crepuscolare. Artavazda non vuole uno scontro: vuole sapere cosa tramano, prima che i Guardaluce facciano irruzione. Chiede al gruppo di infiltrarsi e riferire. Loro chiedono di Afsoun, chiedono che venga liberata. Artavazda dice di non poter fare nulla: l’interrogatorio deve fare il suo corso. Accettano a malincuore.

Mentre si fa sera arriva un altro dolce incartato con la manticora sorridente. Laleh li aspetta di nuovo, e anche lei vuole che vadano alla Rosa Crepuscolare, per essere i suoi occhi e le sue orecchie. Stessa destinazione, due mandanti diversi.

La Rosa Crepuscolare è un vecchio teatro chiuso anni prima dai Guardaluce per «spettacoli immorali», e da allora occupato di nascosto. Quattro guardie del Ruggito Silente controllano l’ingresso, e lasciano entrare solo chi ha l’invito di Laleh.

Sul palco, alla luce delle candele, un’attrice recita il monologo della Prima regina: la storia di Piruzan, la fondatrice, che guidò il suo popolo attraverso le Cime Celesti per sfuggire al demone Zolmate Shab, e fondò Akharin Sangar come terra libera. Atash ha vietato quell’opera fin dal suo primo anno di governo. Il Ruggito Silente la porta in scena di nascosto, ogni volta in un posto diverso. In sala ci sono una trentina di spettatori, e nessuno fiata.

Poi arriva Laleh. Afsoun è stata portata al Piedistallo del Giudizio, una prigione sospesa nel cielo a molti chilometri dalla città. Al tramonto del giorno dopo il Ruggito Silente creerà un diversivo in città, abbastanza rumoroso da richiamare le guardie del Piedistallo. La prigione resterà quasi scoperta. Il gruppo deve essere lì.

Dicono di sì anche a lei, senza rompere con Artavazda. Giocheranno su due tavoli finché potranno.


Il volo della Shabe Taabaan

Il giorno dopo, al tramonto, ai margini della città, li aspettano due Domatori della Criniera Alata in sella alle loro manticore, e Marzieh, la ginosfinge alleata del Ruggito Silente.

Manticora dal corpo leonino fulvo, volto quasi umano incorniciato da una criniera ispida, ali coriacee arancioni e coda irta di aculei

Decollano mentre il crepuscolo cala. La luna scompare per un istante, poi riappare con un lampo, e splende come il sole. Sotto di loro, Akharin Sangar brilla di luce bianca.

Il volo dura un’ora. Il Piedistallo appare all’orizzonte: una piattaforma circolare di marmo rosa e oro, sospesa altissima sopra un terreno di roccia. Le orbitano intorno lentamente grandi cristalli verdi. Dentro ogni cristallo c’è un prigioniero, immobile, in attesa di giudizio. Afsoun è in uno di questi, sul lato orientale, con gli occhi chiusi e le mani alzate a proteggersi, ferme nel gesto con cui si è difesa quando l’hanno arrestata.

Donna dagli occhi chiusi e le vesti rosa e arancioni, sospesa dentro un grande cristallo verde cinto da fasce dorate

Dall’altra parte della piattaforma, nella luce della luna, compaiono Artavazda e due cavalieri dei Guardaluce in sella a pegasi.

Cavallo bianco con grandi ali piumate spiegate, in volo, dipinto ad acquerello su un fondo azzurro

L’angelo guarda il gruppo con delusione.

«La legge è legge. Dura, a volte incomprensibile, ma necessaria. Senza di essa, non resta che il caos.»

Poi proietta nelle loro menti le sue visioni: città in fiamme, fazioni che si sbranano, Akharin Sangar che divora sé stessa. Ci crede davvero.


Sotto la luna

I cavalieri dei Guardaluce si lanciano su Marzieh, e la ginosfinge li affronta.

Sfinge dal corpo e dal muso di leone, con grandi ali piumate spiegate, elmo dorato e collare d’oro

I Domatori entrano nella battaglia aerea, ma le loro manticore vengono abbattute. Artavazda combatte con una furia luminosa: ogni colpo libera una luce sacra, abbagliante come la luna sopra di loro. Il gruppo lo affronta sospeso nel vuoto. La paladina si batte in piedi sul tappeto volante, dove un passo sbagliato vuol dire precipitare, e la sua lama sprigiona il calore di Raki. Intanto Marzieh mette fuori combattimento i cavalieri e punta dritta al cristallo di Afsoun.

Il cristallo si spezza. Afsoun è libera.

Artavazda, ferito, non insiste. Si allontana in volo verso la città.

Il gruppo scende a terra ai margini di Akharin Sangar, lontano dal diversivo che rimbomba per le strade, e torna al Panificio Ghorbani sotto la luna che splende ancora come il sole. Laleh le accoglie in silenzio. Afsoun è al sicuro, curata, e dorme. È rimasta troppo a lungo chiusa in quel cristallo.

In città nessuno sa ancora cosa è successo quella notte. Ma il Ruggito Silente ha di nuovo la sua guida.


Gazzetta di Akharin Sangar

Cultura e società Akharin Sangar è una teocrazia presieduta dall’angelo Atash, che cinquant’anni fa salvò la città da una devastante incursione demoniaca e non è più andato via. I Sangariani sono un popolo ospitale, colto e artisticamente ricco, ma sotto la superficie scorrono correnti opposte: i Guardaluce mantengono l’ordine in nome dell’angelo, il Ruggito Silente lavora per restituire il governo al popolo, gli Eredi cinerei fomentano disordini a ogni costo.

Economia Artigianato tessile, spezie, tappeti intrecciati a mano e commercio di tè dominano i bazar della Piazza dei Tre Soli. La città è un crocevia culturale sull’altopiano ai piedi delle Cime Celesti, dove convergono mercanti da ogni direzione nonostante il coprifuoco notturno imposto da Atash.

Creature e spirito del luogo I demoni che Atash sconfisse mezzo secolo fa non sono del tutto scomparsi dalle Dune Ardenti. Nelle regioni attorno alla città, kenku predatori e roc sorvolano gli insediamenti di argilla, mentre gli Eredi cinerei usano entità parassitarie per fomentare violenza dall’interno.

Feste e tradizioni La Shabe Taabaan, la Notte Brillante, è un festival lunare triennale durante il quale un’antica magia fa splendere la luna come il sole per una settimana. È la celebrazione più attesa: il coprifuoco viene sospeso, e la città torna per un breve periodo a essere quella che era prima di Atash.

Identità Akharin Sangar vive nella tensione tra gratitudine e insofferenza. Un angelo che salva una città e poi resta a governarla smette di essere un salvatore, ma nessuno osa dirlo ad alta voce. Almeno, non ancora.