Ore 18:45 - San Gennaro, cripta
Il tramonto vi riapre gli occhi nella cripta. Sul tavolo di plastica, dei thermos caldi. Non è caffè.
Fred Hartmann è seduto al tavolo. A Brera era teso, gli occhi alla porta, un ospite in casa d’altri. Qui è a casa sua.
«Bevete», dice, e accenna ai thermos. «Marilyn è fuori a prendere quello che serve per stanotte. Torna tra non molto. Voi intanto mettetevi al lavoro.» Poi tace, e non se ne va: resta seduto.
Ne bevete, li svuotate, e la Fame si placa. Non importa da dove venga.
Marco appoggia sul tavolo il bottino del self-storage: la piantina, il taccuino, il dossier. La mano rotta si vede. Fred si sofferma un attimo sulla mano, poi torna ad osservarvi in silenzio.
Il dossier lo aprite per primo. Firma «A.B.» in calce, grafia femminile. Ricostruisce la scomparsa di Alessandro Rovelli, giornalista, ultimo avvistamento alla discoteca il 14 marzo 2004. Madre Vittoria a Bovisa, ex moglie Giovanna a Genova. Testimone del bar: «un uomo alto che aveva qualcosa negli occhi che non tornava». Il taccuino è di un’altra mano, ma nei margini torna la stessa grafia femminile, a matita. Pagina sette: Vasile, capitale immobiliare ovest? Aprile 2014. Rovelli è scomparso undici anni fa. Chi ha scritto quella nota dieci anni dopo è qualcun altro.
Ore 21:00 - Verso Lambrate
Marilyn entra dalla porta di servizio con un fascio di paletti sotto il braccio. Legno chiaro, punte squadrate a mano, tenuti da qualche parte per una notte come questa. «Andiamo.» Non chiede se avete finito.
Caricate i paletti nel bagagliaio della sua berlina, nel cortile buio della parrocchia, e salite. Guida lei. Veloce, precisa, senza uno strappo. In macchina distribuisce: un paletto ciascuno, uno se lo tiene lei. Andate a caccia tutti insieme, quello è il piano.
Mentre guida parla.
«Se l’Animale è in quell’attico, lo troviamo. Lo immobilizziamo. Un paletto nel cuore lo spegne: non lo uccide, lo addormenta. Finché il legno resta dentro non si sveglia e non fa niente. Lo portiamo indietro così, intero.» Una pausa. «Deve arrivare intero. Quel corpo va divorato: la Bestia di un Fratello caduto è un’impurità, e si reintegra nel sangue di chi sa gestirla. La Chiesa ha le sue regole. Non chiedo che siano le vostre, solo che le capiate.»
Ore 21:50 - In tangenziale
Marilyn continua a guardare nello specchietto. Cambia corsia senza motivo, poi torna dov’era. Un sorpasso più stretto del dovuto. Non è più la stessa guida di prima. «Ci seguono», dice piano. «Berlina scura, tiene la distanza. Da un po’.»
Renée si volta appena. Tre auto dietro, i fari alti di una berlina scura. La targa entra a fuoco: sette caratteri che ha già visto. Sono quelli della sera davanti all’erboristeria, quando due sagome erano rimaste lì a guardare senza scendere.
«Cacciatori?»
Marilyn entra a Lambrate, rallenta, accosta davanti al civico. La berlina è passata oltre e ha svoltato in una laterale: non la vedete più, ma non se ne sono andati. Si volta verso di voi. Ha lo stesso sguardo con cui la sera prima aveva guardato le guardie del self-storage. «Voi pensate all’Animale.» Guarda Marco, poi Renée. «Io penso a chi ci ha seguiti.» Un secondo di silenzio. «Andate.»
Ore 22:00 - Lambrate, il palazzo
Attraversate il marciapiede. Marco stringe un paletto con la mano buona, quella rotta contro il fianco.
Il portone è scardinato, appoggiato al muro dell’androne. Dentro non c’è corrente: niente spie, niente ronzio, solo il freddo degli edifici morti. Dove c’erano i citofoni restano i tondini di rame delle viti strappate. Cassonetti vuoti, vecchi volantini, e sotto tutto un odore dolciastro di marcio.

L’ascensore è inutilizzabile. Restano le scale, otto rampe, forse nove, nella penombra: porte sfondate, spray sui corrimano, calcinacci, un materasso ancora nel cellophane abbandonato a un piano. Al pianoterra si sente la strada, al secondo il silenzio.
Mentre salite, giù in strada sentite Marilyn che alza la voce contro qualcuno, e un’altra voce d’uomo che le risponde. Ve l’ha detto lei di andare avanti. Salite.
All’ultimo piano, la porta dell’attico è chiusa. Legno scuro, integra. Sul battente, all’altezza dello stomaco, tre righe artigliate, vecchie e superficiali. Sul pavimento, contro il battiscopa, una macchia scura asciugata da tempo, inconfondibile a chi sa cos’è il sangue rappreso.
Joao aveva tenuto duro per tutta la salita. Davanti a questo, qualcosa dentro cede. Syd lo prende per un braccio e lo appoggia al muro all’inizio della tromba scale.
Poi pensa alla piantina. C’era una scala antincendio sul retro. «Io e Joao saliamo dal balcone. Voi due dalla porta. Gli chiudiamo le vie.» Scendono di un piano e prendono la scala antincendio dal pianerottolo, verso il balcone dell’attico. Man mano che si allontana dalla porta, il sangue di Joao smette di ribellarsi.
Al pianerottolo Renée prova la toppa con una forcina, senza risultato. Poi tocca a Marco, che fa capire che non è la prima volta per lui. Con la mano buona lavora sulla serratura. Scatta. Entrano.
Ore 22:25 - Il loft
L’aria è fredda, ferrigna, con sotto il dolciastro. Nessuna luce: i lampioni della via tagliano l’open space in fasci obliqui. Un piano solo, alto cinque metri, con un soppalco a metà volume su una scala a chiocciola di ferro. Cucina a vista, un divano sotto un lenzuolo grigio, un tavolo lungo in fondo.
Disordine, sporcizia, resti lontani di quello che una volta era una casa. Ma meno polvere che nel resto del palazzo, meno degrado. Questo luogo non è disabitato.
Dal balcone sul retro Syd apre la porta a vetri, ascolta, fa cenno a Joao. Adesso siete dentro tutti e quattro.
Poi, dal soppalco, un rumore. Non un passo, qualcosa di più leggero. Una volta sola. Vi fermate.
Renée sale per prima la chiocciola. Al primo gradino, quando ci mette il peso, nel muro qualcosa scatta. Un tubo mimetizzato tra le tubature del soffitto, un cavo teso legato al gradino: una canna corta improvvisata. Il colpo parte con un botto secco, la vampa piatta nel buio. La becca in pieno ventre.
Marco, Syd e Joao la superano e salgono la chiocciola. Per qualche secondo scrutano il buio del soppalco.
Ore 22:47 - Cinque bestie
In cima alla scala il soppalco è ingombro dei resti di quella che poteva essere una camera da letto: un armadio smontato contro la parete, un comò rovesciato, un materasso disfatto con le coperte scostate, cartoni pieni di roba che nessuno ha più aperto, uno straccio dove qualcuno lo teneva. Nessuno in mezzo a tutto quello.
Poi un cigolio in un angolo del pavimento, un cardine che ruota. Una botola incassata nel legno si apre verso il basso. Sotto, un tonfo: un corpo atterra in piedi nel salone.
Renée alza gli occhi e vede il buco nel soffitto, mimetizzato tra le travi. La sagoma che ne piomba giù è un uomo che non è più un uomo. Atterra a tre metri da lei e parte.
L’Animale è addosso a Renée in un istante. Le zanne al collo. Come quella notte.
Marco salta giù dall’affaccio del soppalco, Syd e Joao dietro, e gli serrano i fianchi. Fuori, otto piani sotto, la strada si accende di arancione: un botto sordo, poi un altro, i vetri che vibrano. Ma non avete tempo di pensarci. Lo attaccate alle spalle, i tre paletti puntati al cuore. Quello di Syd e quello di Joao rimbalzano come sassi contro una lastra. Solo la punta di Marco entra, di due dita, tra le scapole. Spingono in tre sull’impugnatura, ma la carne dell’Animale sotto la pelle è marmo: il legno non avanza.
Poi un clic secco. Un’onda di calore attraversa il loft, e dopo l’onda la fiamma: il propano, poi le taniche di solvente. Luce arancione, fumo denso contro il soffitto.
Marco non pensa. Prende l’Animale sul fianco e lo scaraventa nel fuoco, e con lui Renée, agganciata per il colletto dell’Animale che le sta ancora addosso. La giacca di Renée prende, mezza schiena resta sulla fiamma, e rotola fuori a metà. L’Animale è peggio: la pelle di marmo, che i paletti non avevano bucato, al fuoco resiste meno.
E la scena cambia natura. Non è più la coterie contro l’Animale, non è più il piano di Marilyn. È fuoco, fumo, e altre quattro Bestie che si sono svegliate perché è la vostra maledizione. Marco ringhia senza accorgersene, le mani ad artiglio, anche quella rotta. Syd si abbassa in una postura di caccia. Joao ha gli occhi bianchi.
L’Animale decide in un istante: non combatte più, fugge. Si lancia verso le vetrate sulla strada.
Marco arriva prima, si mette tra lui e la finestra, petto contro petto. Syd cerca di affondare il paletto al fianco, dove la pelle sembra più cedevole, ma anche lì non fa breccia: il legno scivola, non entra.
La mano rotta di Marco contro il petto non regge l’impatto. I due corpi colpiscono insieme la vetrata, un doppio vetro di sicurezza che non si crepa, cede. Un’esplosione bianca verso l’esterno.
Marco e l’Animale precipitano insieme, il paletto ancora conficcato tra le scapole. Otto piani.
Ore 23:00 - Strada, davanti al portone
Frida è arrivata da poco, e i suoi hanno già cominciato a ripulire. Contro il muro, sotto un lenzuolo, un mucchio di cenere e vestiti bruciati. Poco più in là un secondo mucchio scuro, e più avanti un cadavere con una giacca di pelle aperta. Nora è seduta sul gradino del portone, le mani nei capelli, non piange e non parla. I ghoul di Frida chiudono un sacco sopra il cadavere e raccolgono la cenere, con la fretta di chi deve chiudere una scena.
Poi il tonfo dall’alto. Frida ha già sentito il vetro cedere otto piani sopra, e fa un cenno. Un ghoul si avvicina ai due corpi caduti. La caduta ha spinto il paletto più a fondo tra le scapole; il ghoul lo preme fino all’impugnatura. Trova il cuore. L’Animale non si muoveva già. Adesso non si muoverà più. Marco è ridotto male, la caduta gli ha rotto qualcosa in più di un punto, ma si tira su da solo. Gli uomini di Frida caricano l’Animale nel furgone.
Voi tre scendete le rampe più veloci di come le avevate salite. Uscite in strada, tra le chiazze di fuoco greco che si stanno spegnendo, il vetro a raggiera, un fucile a canne mozze contro il muro. Sopra la cenere del primo mucchio, appoggiati con una certa cura, degli abiti da donna, e un cappellino da baseball due passi più in là. Sull’altro mucchio, un paio di anfibi. Nora, dietro di voi, guarda quel secondo mucchietto e ha smesso di tenersi i capelli.
Frida vi aspetta in piedi davanti all’auto, cappotto lungo. Accanto a lei un ghoul tiene per un braccio una donna che non avevate mai visto: quarantina, ferita al fianco, lucida. Frida indica col mento Nora, la sconosciuta, il furgone. «Questi tre li prendiamo noi. Dovranno rispondere a un sacco di cose.» Poi verso l’alto, alla vetrata sventrata. «Di chi è sto rifugio? Chi c’è dietro?»
Provate a mettere insieme la piantina, il taccuino, le note su Vasile. È tutto ancora troppo aperto. Frida ascolta due frasi, poi alza una mano.
Si volta verso Nora, e non ha bisogno di ripetere la domanda.
Nora parla piano. «Bo ha ricevuto una telefonata, un paio d’ore fa, numero sconosciuto. Gli hanno detto che qui c’era il rifugio dell’Animale, e che qualcuno stava per prenderlo. Non ha aspettato, non ha nemmeno chiamato Sara. Io l’ho seguito.» Guarda la cenere con gli anfibi. «C’era Marilyn, sola. Bo le ha detto che l’Animale era anche affare degli Anarchici, lei che non era serata. Bo è una testa calda. Era. È scattato, Marilyn l’ha buttato a terra in due secondi. L’avrebbe finito.» Si passa una mano sugli occhi. «Io avevo con me una preparazione mia. L’ho lanciata su Marilyn, dove teneva Bo. Ma si è mossa: la bottiglia l’ha presa di striscio, metà è finita su di lei, metà su Bo sotto di lei. Hanno preso fuoco tutti e due.» Un silenzio. «Poi dalla berlina sono scesi in due, un uomo e una donna. L’uomo aveva il fucile. Bo, che bruciava, gli è saltato addosso e l’ha ucciso. Marilyn era già a terra, in fiamme. In pochi secondi non era più niente, solo cenere. Poi è arrivata Frida.»
Frida si volta verso la sconosciuta. «Tocca a lei.»

La sconosciuta ha capito che non ha scelta. «Olivia Cooper. Ispettore. Ma non è per il distintivo che sono qui: quelli come voi noi li cacciamo.» Un cenno al cadavere contro il cordolo. «A un certo punto delle mie indagini ho incontrato Carlo. Aveva perso la sua compagna al locale, quella sera, e stava dando la caccia all’Animale per conto suo. Da lì abbiamo cominciato a seguirvi insieme.» Si tocca il fianco, la ferita. «Le vostre facce continuavano a ricomparire. I cadaveri, la discoteca, i due morti a Rogoredo. Non è mai stato difficile.»
Frida non risponde a Olivia. «Andiamo su, chiudiamo questa faccenda.»
Ore 23:40 - Il rifugio
Salite di nuovo, tutti insieme. Il fuoco è quasi spento: le fiamme basse ridotte a brace sotto l’acqua sporca degli sprinkler scattati da soli, il pavimento allagato di pochi centimetri d’acqua nera. Il tavolo della zona pranzo è rimasto intatto. La cucina è distrutta.
Frida resta contro la parete dell’ingresso, in silenzio.
È Syd a notarlo. Nel muro tra il locale tecnico e la zona living, nel trambusto dello scontro una lastra di cartongesso ha ceduto. Dietro non c’è isolante: c’è un vano ricavato tra due travi. Dentro, delle cartelle. Sette o otto. Un mazzo di chiavi, un tesserino. Renée si abbassa e comincia a tirare fuori, appoggiando tutto sul tavolo che il fuoco ha risparmiato.

Il pezzo si compone in parte da sé. Fascicoli giornalistici firmati Alessandro Rovelli, tra il 2002 e il 2004, sulla rete d’appalti Malacrida che alimenta Robert Vasile: l’ultimo è del 14 marzo 2004, la stessa notte in cui Rovelli è scomparso. Un contratto di locazione del loft, un attestato di stage del 2005 intestato ad Augustina Brambilla, una polaroid di redazione: due persone davanti a una parete di raccoglitori, un uomo giovane sui trenta con una sigla a matita in calce, «A.R.», e accanto a lui una ragazza minuta, capelli corti, occhi vivi. Sedici, diciassette anni. Marco la fissa. È Tina, la Tina che conosce dai tempi della scuola, la stessa che ora ha ventotto anni. Due tesserini stampa a nome Rovelli. Una mappa di Milano segnata a mano nella seconda grafia: le zone della città divise per controllo (Camarilla, Anarchici, Chiesa) e i confini deboli marcati con crocette. Diverse zone hanno una cerchiatura marcata, come bersagli: la più insistita è a ovest, cerchiata tre volte, con una freccia che parte dal locale. Un dossier su Vasile, un dossier sulla Chiesa di Caino. E un foglio schematico, dieci righe nella seconda grafia: appunti brevi, freddi. Un piano.
Renée guarda la polaroid, poi i fascicoli. L’uomo con la sigla A.R. è lo stesso che nel dossier del box compare come Alan Sellers. Prima del 14 marzo 2004 c’era Alessandro Rovelli, giornalista, che stava scavando su Vasile. Quella sera Rovelli è finito nel locale, ed è sparito. Da allora c’è Alan, la stessa faccia, un altro nome. Accanto a lui, la ragazza della polaroid. Augustina Brambilla, la stagista del 2005 diventata la sua ghoul: la seconda grafia nel taccuino, la firma A.B. sul dossier del box. La stessa Tina che Marco conosce dai tempi della scuola.
Sulla mappa e sul foglio, la stessa mano.
Renée guarda Vasile scritto ovunque. «Ha comprato il locale nel 2013. Quella zona è sua. Le indagini le teneva sepolte Caruso, l’uomo di Alan. Tutto porta a lui.» Syd tocca la mappa. «E questa zona non l’hanno scelta a caso. È dove tutti si guardavano senza muoversi. L’Animale al locale è servito a rompere quel silenzio.» Joao guarda il foglio a dieci righe. «Ma Vasile non ha scritto questo. Questa è la mano di Tina. Nove anni accanto ad Alan. Sa cose che dall’esterno non si sanno.»
«Ma perché Vasile avrebbe dovuto scatenare tutto questo putiferio?», dice Renée piano, guardando il foglio. «Tutto porta a lui, sì. Ma tutta questa costruzione per qualche palazzo in più? Non regge. Chi ha scritto queste dieci righe voleva qualcos’altro.»
Dal pianerottolo un ghoul chiama piano: i pompieri stanno arrivando. Renée sceglie: il foglio schematico, i tesserini, il dossier di Vasile, la mappa. La polaroid la prende Marco. Joao mette il resto nella borsa a tracolla. Un ghoul di Frida rovescia sul tavolo il fondo di una tanica di solvente e ci avvicina un accendino. Il tavolo prende fuoco piano.
Giù in strada, prima che Frida risalga in auto, Marco alza la voce. Fa fatica, ma la voce esce nitida. «Frida. Noi allora siamo a posto, vero?» Frida ha la mano sulla portiera aperta. Non si volta subito. «Sì. Siamo a posto.» Il mento si sposta verso i tre in custodia. «Ho già delle teste.» Sale, chiude la portiera piano, e l’auto parte verso la tangenziale.
Restate sotto il lampione, le sirene a un isolato, le domande in tasca. Nessuna ha risposta stanotte. Vi allontanate a piedi, prima che le luci blu svoltino l’angolo.
