Principi dell'apocalisse

Il Profeta della Terra

Un tempio che non nasconde niente

Città senza nome, Eberron 21 min14 agosto 2026

L’ultima cosa che ricordano è la voce di Veshka, «Non siamo più sotto Sharn», e corridoi antichi che passano davanti agli occhi senza mettersi a fuoco. Poi niente.

Si svegliano, e qualcuno si è preso cura di loro: le ferite lavate, le bende fresche, i corpi distesi su brande basse allineate contro una parete di pietra antica. In un angolo l’equipaggiamento, impilato con ordine: armi comprese. Nessuno le ha nascoste, nessuno le sorveglia. La sala è nanica, riadattata da mani che naniche non erano: archi troppo vecchi, un soffitto troppo alto per chi ci dorme sotto adesso. Oltre la porta, passi e voci basse.

Veshka è a terra, in fondo alla stanza. Respira, e non si sveglia. I Marchiati la guardano e la lasciano dov’è.

Nella stanza c’è anche un uomo. Alza gli occhi, li vede svegli e non dice niente: si volta ed esce a passo svelto, senza chiudere la porta dietro di sé. Passano dei minuti. Nessuno viene a incatenarli.

Poi arriva una donna. Cuoio consumato, nessuna insegna, la stessa polvere addosso che hanno tutti quaggiù: potrebbe essere una devota qualsiasi. Si ferma davanti alle brande a braccia conserte e li osserva senza parlare, e sono loro a rompere il silenzio: dove siamo, chi siete, perché ci avete curati. Le risposte arrivano corte e distratte, come date a qualcuno a cui non vale la pena di rispondere.

Donna dal cranio rasato e gli occhi gialli, con una cicatrice ramificata sulla fronte e su una guancia, chiusa in una gorgiera di scaglie scure

Poi la porta si apre di nuovo. L’uomo che entra è l’unico che abbiano visto quaggiù a non avere polvere addosso: vesti pesanti, curate, di un taglio che sotto terra non serve a niente. Lui e la donna che era già lì si scambiano uno sguardo che dura mezzo secondo di troppo, e nessuno dei due si preoccupa di nasconderlo. Miraj prende in mano le presentazioni con la cortesia di chi lo fa spesso e non lo trova faticoso; Yarsha lo lascia fare, e il modo in cui lo lascia fare dice più di quello che dice lui.

Uomo dai capelli scuri pettinati all’indietro e la barba folta, la pelle della fronte e della guancia segnata da crepe sottili, in vesti grigie e un mantello marrone bordato d’oro

Servono il Profeta della Terra. È stato lui a ordinare che i cinque venissero accuditi. Sono arrivati quaggiù, e nessuno sa come. Il luogo, spiega Miraj, è una città che i nani hanno abbandonato prima che le città di superficie esistessero: aveva un nome, ma è andato perduto. Poi si congeda.

Yarsha aspetta che i passi si spengano nel corridoio. Va alla porta, guarda fuori, controlla in tutte e due le direzioni. Torna dentro, e abbassa la voce. Il Profeta, lei non l’ha mai visto. Nessuno l’ha mai visto. Sospetta che dietro quel nome non ci sia nessuno, e che l’uomo appena uscito da questa stanza parli soltanto a nome di sé stesso.

Non chiede niente e non offre niente. Constata soltanto che lei e i cinque vogliono la stessa cosa.

Escono a cercare risposte, e trovano un culto. Corridoi puliti, sacerdoti che vanno ognuno per la propria strada e non alzano lo sguardo al loro passaggio. Nessuno li ferma, nessuno li segue.

Le stanze si lasciano girare una dopo l’altra. Dormitori uguali al loro, con le coperte piegate ai piedi delle brande. Un refettorio di banchi lunghi e ciotole impilate, una cucina dove una pentola cuoce senza nessuno a sorvegliarla. Magazzini in ordine, con le ceste piene e ogni cosa al suo posto. Nessuno ha fretta, quaggiù.

Cercano di capire dove sono, perché ci sono arrivati, cosa fare adesso. Intorno, niente che dia una risposta: sacerdoti che pregano, sacerdoti che portano ceste, sacerdoti che tengono in ordine. Un culto come un altro.

Il complesso si apre quasi per intero. Restano tre soglie.

La prima è un arco colmo di roccia. Non calce e mattoni: la roccia stessa, come tornata al suo posto per ordine di qualcuno.

La seconda è un santuario, e davanti ci sono le uniche due guardie del tempio, immobili. Il Profeta medita. Il Profeta non si disturba.

Figura in cappuccio e sciarpa marroni, il volto coperto da un elmo grigio screpolato con fessure strette, da una delle quali filtra una luce gialla; spallacci chiari con gemme azzurre

La terza non è una soglia.

È una caverna, e dentro ci sono delle persone. Statue, dicono: uomini e donne di pietra colti a metà di un gesto, chi si volta, chi alza un braccio, chi si copre gli occhi. Nessuna è su un piedistallo. Sono rimaste dove erano. Dentro fa più freddo che nel resto del tempio, il buio è più fitto di quanto la distanza giustifichi, e le torce non arrivano fino in fondo. E c’è una sensazione che nessuno saprebbe dire da dove venga: quella di essere osservati.

Fuori dalla caverna li aspetta Yarsha.

Vuole sapere cosa hanno intenzione di fare. Mentre loro cercano una risposta, parla lei. Quaggiù, di risposte, non ce ne sono: ha già guardato. Sopra c’è un altro luogo del culto, più vecchio di questo, dove tengono quello che è scritto. Lei lassù non ci va: il suo posto è qui.

Poi se ne va.

Tafferuglio si stacca dagli altri senza annunciarlo. Trova Miraj tra i suoi tavoli e gli chiede risposte. Miraj le concede volentieri, a una condizione: vuole vedere il marchio. Non gli interessano gli altri quattro quanto gli interessa quello, la pietra al centro di un petto che è già di pietra, un segno che ha cambiato una materia che non avrebbe dovuto cambiare. Lo osserva a lungo, senza accorgersi di essere sgradevole.

Quando Tafferuglio e Miraj raggiungono gli altri, gli altri hanno già deciso: si sale. Miraj non insiste, non si offre di accompagnarli, non fa domande. Si allontana.

La scalinata verso l’alto è presidiata da un ogre. Si chiama Sgrumpz, e non ha nessuna intenzione di fermarli. Parla volentieri, per quanto gli riesce. La porta lassù non porta da nessuna parte, gli dicono; lui risponde che lo sa, e che comunque non può lasciare la postazione. L’ultima volta che l’ha lasciata gli hanno fatto una cosa. Si scopre il torace per mostrarla, come si mostra una vecchia ferita.

Non è una ferita. Sono incisioni, precise, disposte con un ordine che non appartiene a nessuna lama. Chi tra loro sa leggerle le riconosce: simboli di evocazione. Qualcosa è stato messo lì dentro, e aspetta.

Sgrumpz si fa da parte.

La scalinata sbocca in una rete di tunnel di miniera, scavati alla buona e sorretti da vecchie travi. Chiazze di funghi e licheni sulle pareti, una brezza leggera che gira tra i passaggi. I tunnel portano a un cunicolo, e in fondo al cunicolo ci sono delle celle scavate nella roccia, chiuse da sbarre con catena e lucchetto. Dentro, una ventina di persone rannicchiate sui pagliericci: popolani, carovanieri, mercanti. Non sono del culto e non sono di qui. Uomini in mantelli e cappucci marroni li hanno presi nei villaggi e li hanno messi a scavare nelle miniere qui sotto, dove di metallo non ce n’è. Tra loro un nano, un sapiente di nome Bruldenthar: viaggiava con una delegazione di Mirabar, i cultisti l’hanno assalita per strada, e degli altri delegati non sa più niente. Parla per tutti, e parla volentieri. I Marchiati fanno domande di geografia. Nomi di città. Nomi di regioni. Poi il nome di Sharn.

Bruldenthar non l’ha mai sentito. Nessuno degli altri l’ha mai sentito.

Gente in cella non ha motivo di mentire. Se nessuno di loro ha mai sentito nominare Sharn, i Marchiati non sono lontani da casa: sono in un mondo dove Sharn non esiste.

Salgono ancora. La scala finisce dentro il monastero, un edificio basso dai muri spessi.

Edificio basso di pietra con un portale ad arco in cima a una scalinata, stretto fra pareti di roccia, sotto un cielo stellato con la luna e una costellazione tracciata a linee; tre figure scure nello spiazzo davanti

Il primo che incontrano è un sacerdote, vestito come i sacerdoti del tempio di sotto: si chiama Qarbo, e si offre di portarli da chi comanda qui. Lungo la strada incrociano i monaci del monastero. Hanno tutti la stessa maschera di pietra sul viso, liscia, con due fori stretti all’altezza degli occhi. Nessuno li ferma, nessuno chiede chi siano.

Maschera di pietra cornuta, dal volto accigliato e la superficie chiara con riflessi dorati, con gli occhi visibili dietro le fessure, sotto un cappuccio grigio

La strada passa per una sala lunga e stretta, con quattro gargoyle di pietra a guardia di una doppia porta. Sopra non c’è il soffitto: c’è il cielo. È notte, la prima da quando si sono svegliati, e il freddo che scende è vero. Eris, che ha passato la vita a orientarsi con le stelle, cerca quelle che conosce e non le trova. Non è una nube, non è una stagione, non è il punto sbagliato dell’orizzonte: sono altre stelle, in figure che non significano niente.

Quattro creature di pietra alate e cornute, con gli occhi rossi, accovacciate in fila sul bordo di un cornicione con gli artigli oltre il bordo; una ha le ali scure

Nessuno dice la cosa che stanno tutti pensando.

Qarbo li porta in una sala grande, con il pavimento coperto di stuoie di paglia e rastrelliere di bastoni lungo le pareti. In mezzo, una donna senza maschera si allena con alcuni monaci. Veste di grigio, i capelli scuri raccolti in una treccia lunga, gli occhi chiusi, e due cicatrici vecchie che le segnano il viso, una sulla fronte e una sulla guancia. I monaci vanno a terra uno dopo l’altro; due non si rialzano. Lei li chiama inetti e li lascia dove sono.

Solo allora si volta verso i cinque e dice il suo nome: Hellenrae. Risponde poco, e mai fino in fondo. Nessuno le ha detto di fermarli, e questo le basta. Il Profeta lo ha conosciuto quando erano entrambi qualcos’altro, e non dice di più. Quando le chiedono del cielo, non ha niente da dire: è cieca da bambina. Offre loro ospitalità, poi si congeda.

Donna dai capelli scuri raccolti in una treccia lunga, gli occhi chiusi e due cicatrici incrociate sulla fronte e sulla guancia, in un abito grigio a collo alto su fondo scuro

Vanno allo scriptorium. Di notte è vuoto: scrivanie allineate sotto le finestre, e su ogni scrivania tomi impolverati, pile di pergamene, calamai. Sono i libri che i monaci copiano di giorno. Ci passano ore. Prima la geografia: mappe, nomi, distanze, qualsiasi cosa dica dove sono. Poi il resto, che è quasi tutto: trattati sui piani elementali, testi sacri su divinità e potenze della terra di cui nessuno di loro ha mai sentito parlare, filosofia sulla negazione di sé e sul nulla come risposta a un mondo imperfetto. E pagine e pagine di “rivelazioni” e “segreti” che non rivelano niente. Trovano molto, e quasi niente di quello che cercavano.

Poi, sotto tutto questo, delle pagine scritte a mano. Non sono un testo del culto: sono il testamento di un uomo, scritto di sua mano perché resti. Racconta di visioni arrivate per tre inverni senza che le chiamasse, di una discesa, di una roccaforte dei nani sotto queste colline, dove ha fondato il suo tempio. In fondo, la firma: Marlos Urnrayle, Profeta della Terra.

Le leggono tutte, in silenzio, uno dopo l’altro.

Quando l’ultimo alza gli occhi dal foglio, il santuario chiuso laggiù sotto, quello dove il Profeta medita e non si disturba, ha smesso di essere un mistero. È diventato una porta da aprire.

Dallo scriptorium vanno agli alloggi che Hellenrae aveva offerto loro, e dormono.

Quando si svegliano è ancora notte.

Eris esce sotto il cielo aperto e cerca le stelle che non aveva riconosciuto prima di dormire. Le ritrova dov’erano, ferme nel punto esatto in cui le aveva lasciate. Hanno dormito una notte intera, e il cielo non ha girato di un grado.

Provano a chiederlo a chi ci vive. I monaci passano oltre. Chi risponde lo fa con frasi che andrebbero bene per qualsiasi domanda. Che qui il tempo non scorra, nessuno l’ha notato, o a nessuno interessa.

Girano il resto dell’edificio. Corridoi stretti, celle spoglie, un giardino chiuso tra le pareti di roccia.

Poi vogliono sapere cosa c’è fuori. Il famiglio di Gmork esce per primo e riporta quello che vede. Dopo di lui esce Tafferuglio, di persona, e gira intorno alle mura. Il monastero è incassato in un canyon. C’è una sola via che entra e che esce, e su quella via non è passato nessuno: nessun solco di ruota, nessuna impronta, niente.

Le uscite di quel posto sono due: la strada nel canyon e le scale che scendono sotto.

Dentro, resta una porta che non hanno ancora aperto. Dà su una stanza che con il resto del monastero non c’entra niente. Tavoli da lavoro coperti di alambicchi, scaffali di libri tenuti in ordine da qualcuno che li usa davvero, strumenti puliti e rimessi al loro posto. Le finestre sono murate.

C’è qualcuno, chino su un tomo, che li sente entrare e non si volta. Quando alza la testa, si vede che non è vivo: la pelle secca tirata sull’osso, gli occhi accesi in fondo alle orbite. Non prende un’arma e non chiama nessuno. Dice loro di andarsene, e lo dice come una cortesia che non ripeterà.

Figura scheletrica dal volto scavato e le orbite nere, con una lunga barba bianca, in cappuccio e vesti azzurre ricamate di stelle dorate e una catena d’oro al collo

I cinque non se ne vanno. Parlano. Gli chiedono di aiutarli contro il culto.

Lui non promette niente, ma smette di cacciarli. Racconta della città sotto il monastero, quella dove si sono svegliati, e le dà un nome: Tyar-Besil. Era una roccaforte dei nani, scavata sotto queste colline quando non c’era nient’altro, abitata per generazioni, poi evacuata e lasciata dov’era. Da allora ci è rimasto solo quello che ci abita adesso.

Li guarda mentre parlano di quello che vogliono fare, e dice che il loro idealismo gli ricorda suo fratello. Poi dice il nome del fratello: Samular Caradoon, quello che ha fondato i Cavalieri di Samular. Lo dice senza rimpianto e senza calore, come si dice una data.

Prima che escano consegna loro un talismano della salute. Lo fa per il fratello che gli hanno ricordato.

Il nome Caradoon resta con loro anche fuori dalla porta. Qualcuno lo lega alla delegazione di Mirabar, quella assalita per strada, quella di Bruldenthar. Il collegamento sembra plausibile.

Poi si mettono a decidere cosa fare, e non lo decidono. Sotto i piedi hanno un tempio pieno di gente, nelle miniere venti prigionieri in gabbia, sopra la testa un cielo che non è il loro e una strada che non sanno dove porti. Ogni piano ne apre un altro. A un certo punto smettono di parlare, e si allontanano ognuno per conto proprio, in tre punti diversi del monastero.

Eris e Kristy vanno alla scalinata che scende al corpo di guardia del tempio. La pietra si muove sotto le mani come pasta e si richiude sull’arco, gradino dopo gradino, finché non resta parete. Da quella parte non sale e non scende più nessuno. Resta aperta l’altra scala, quella dei tunnel della miniera e delle celle.

Gmork e Norik attraversano il giardino e vanno verso il tempio del monastero.

Tafferuglio non aspetta. Ha già aspettato abbastanza, e va al refettorio.

Nel refettorio ci sono tre monaci seduti a mangiare. Non lo sentono arrivare. Il primo è morto prima di voltarsi.

Gli altri due si alzano, e cadono uno dopo l’altro. Dalla cucina ne arrivano quattro. Il rumore esce dal refettorio e attraversa il monastero, attutito dalla pietra ma inconfondibile.

Nel corridoio dove Eris e Kristy stanno finendo di murare, passa una pattuglia di due monaci. Non si accorge di loro.

Nello stesso momento Norik apre una porta laterale del tempio. Dentro c’è Hellenrae, in meditazione, e non ha ancora finito di alzarsi che lui è già addosso a lei.

Da qui in avanti si combatte in due posti insieme.

Nel refettorio non c’è tattica. C’è Tafferuglio in mezzo ai banchi rovesciati, e i monaci che continuano ad arrivare. Ai primi quattro ne seguono altri quattro, e con loro Qarbo, il sacerdote che li aveva presi in consegna appena saliti e portati da Hellenrae. Anche lui resta sul pavimento del refettorio. Per ultimi arrivano due gargoyle, gli unici in quella stanza a non sanguinare.

Nel tempio è un’altra storia. Eris e Kristy arrivano che è appena cominciato, e da quel momento sono in quattro contro una. Non basta.

Hellenrae combatte al buio da tutta la vita: sente i piedi sulla pietra, sente il fiato, e non ha bisogno di vedere. Ma non è solo quello. È veloce come nessuno che abbiano mai affrontato, e schiva quasi tutto. Anche i colpi che vanno a segno non la prendono in pieno: si è già spostata quel tanto che basta, e dove dovrebbero abbatterla la feriscono appena. Nessuno dovrebbe riuscire a muoversi così.

I suoi colpi, invece, vanno a segno tutti, e non si limitano ad ammaccare: schiacciano. Chi li prende finisce con la schiena a terra, e non fa in tempo a rialzarsi prima che arrivi il prossimo.

Il palmo aperto lo imprime sul petto di Norik, e poco dopo su quello di Kristy. Il gesto è corto, senza slancio, ma dalla mano parte un’energia devastante che passa l’armatura e arriva dritta al cuore. Ogni volta che li tocca, il fiato si tronca di netto.

Quando Hellenrae finalmente va giù, abbatterla è costato più fatica di tutto il resto del monastero messo insieme.

Non è ancora finita. Dal cortile entrano quattro gargoyle, gli stessi che stavano a guardia della doppia porta. Dietro i gargoyle, quattro monaci.

E dopo i monaci arrivano due guardie armate, salite dal tempio di sotto per l’unica scala rimasta aperta. Nessuno le aveva chiamate.

Nessuna delle due tornerà giù a raccontare cosa ha visto.

Quando l’ultimo colpo cade, il monastero è vuoto. Hellenrae, Qarbo, quindici monaci, sei gargoyle, due guardie. Sopra la terra non è rimasto nessuno, a parte il vecchio nel laboratorio, che dalla sua stanza non è mai uscito.

I cinque si contano e stanno tutti in piedi. Di tutto quello che hanno avuto contro, l’unica che li ha segnati è Hellenrae.

La polvere si posa. Torna il silenzio, e per un momento è davvero silenzio.

Poi il pavimento comincia a tremare.

Prima è un fremito, poi un colpo sordo che sale dal fondo della roccia. Le lampade oscillano. Dalle volte scende polvere, a veli sottili, poi a manciate. Una lastra si stacca dalla parete del refettorio e si schianta tra i banchi rovesciati.

Qualcuno propone di uscire nel canyon, all’aperto. Ma il soffitto sta già cedendo, e fuori non c’è niente da cercare. Le stelle si spengono una dopo l’altra. Poi il cielo si sfilaccia come una stoffa che perde la trama: fili di buio, sottili, poi buchi che si allargano. Dietro non c’è la notte. C’è qualcosa che non ha colore.

Sala di pietra ad arcate vista dal basso, i muri spezzati e senza tetto, tavoli lunghi di legno tra le macerie; sopra, il cielo stellato è ridotto a brandelli scuri dai bordi strappati, e dietro c’è un vuoto bianco e piatto

Tafferuglio non discute. Si carica Kristy in spalla, senza chiederle niente, e si avvia verso il basso, per la scala da cui sono saliti la prima volta, quella che dalle miniere sbuca dove li aveva accolti Qarbo. Gli altri gli vanno dietro. Scendono di corsa, e alle loro spalle le macerie rimbalzano sui gradini.

Arrivati giù, si voltano. La scala non c’è più: è sepolta.

Nei tunnel della miniera la scossa arriva più debole. Le travi scricchiolano, i licheni si coprono di polvere, e niente di più.

Vanno dritti alle celle. Vogliono liberare i prigionieri, e sanno che dovranno passare sul cadavere di chi li sorveglia: il capo delle guardie e i suoi ogre, nella stanza accanto.

Tra un boato e l’altro sentono delle grida, in una lingua che nessuno di loro conosce. Quando arrivano, il capo è già fuori: un orco, che abbaia ordini. Gli ogre se la danno a gambe.

Gmork e Norik non aspettano. Il fulmine parte dalle mani di tutti e due nello stesso istante.

L’orco si volta. In fondo agli occhi ha due bagliori rossi, e intorno al corpo un’aura nera che fuma. Carica, e con lui si muove la roccia della galleria, che travolge chi gli sta davanti. Il martello rimbomba per i tunnel e cala su Tafferuglio come un ariete su un portone. Ogni colpo lo scuote fin dentro le piastre, e non sono molte le cose che ci riescono.

Galleria scura dalle pareti di pietra, quasi tutta nel buio; al centro la sagoma massiccia di un orco, immobile, con le orecchie a punta e i denti scoperti, il corpo nell’ombra e colature rosse sul petto

Tafferuglio tiene la prima linea, gli altri concentrano tutto sull’orco. Lo colpiscono, lo bruciano, gli aprono ferite che abbatterebbero chiunque, e lui non se ne accorge. Non rallenta, non grida. Si muove a scatti, come se il corpo gli arrivasse in ritardo. Ha un braccio spezzato, e con quel braccio il martello si alza lo stesso. Più sangue perde, più i colpi crescono, e alla fine si scagliano tutti su Tafferuglio.

L’orco è ridotto quasi a pezzi. Non dovrebbe reggersi in piedi. Colpisce ancora.

Poi un’ombra si stacca da lui e sale. Il corpo crolla a terra tutto insieme, e resta lì.

Nella galleria torna il silenzio. Sopra le loro teste la roccia brontola ancora, lontana. Tafferuglio porta addosso i segni del martello, le piastre ammaccate una sopra l’altra, ma è in piedi. Nessuno guarda l’orco in faccia.

Le celle si aprono. Quello che ne esce non è gratitudine. Fame, fatica e paura hanno fatto dei prigionieri una folla che non ascolta nessuno. I cinque provano a farli ragionare, e non c’è verso.

L’unico con cui si riesce a parlare è Bruldenthar. Li ringrazia, ma giù fino al tempio nessuno dei prigionieri li seguirà: una strada se la troveranno da soli. Augura loro buona sorte.

Si concedono un breve riposo, poi scendono e li lasciano nelle miniere.

La discesa è lunga quanto la salita. In fondo alla scalinata, dove Sgrumpz non lasciava mai la postazione, Sgrumpz non c’è. Ci sono sangue e budella sparsi sulla pietra e sulle pareti, come se l’ogre fosse esploso.

Le prime sale del tempio sono vuote. È tutto tranquillo, troppo. Imboccano il corridoio che porta al santuario, quello dove il Profeta medita e non si disturba. A metà strada gli vengono incontro delle guardie, armate e schierate come soldati. Con loro ci sono dei monaci a mani nude, e intorno ai loro pugni gira polvere di roccia che nessun vento solleva. Davanti a tutti, due sacerdoti: Miraj e una donna che non hanno mai visto, con le vesti del culto. Gli intimano di fermarsi.

Alle spalle dei cinque, un altro gruppo di guardie chiude il corridoio. Lo guida Yarsha.

La sacerdotessa parla esitando, come se non fosse sicura di poter dire certe cose ad alta voce. Li accusa di aver cospirato contro il culto. Saranno arrestati.

Le guardie si fanno avanti per prenderli in consegna. Le mani si chiudono sulle braccia di Tafferuglio, in testa al gruppo, e su quelle di Norik e Gmork, che stanno in coda.

Dentro Tafferuglio qualcosa cambia ritmo. Dal petto sale un ronzio, sempre più forte, finché non diventa un sibilo. Le giunture fischiano, le piastre si arroventano sotto le dita delle guardie, e dalle fessure dell’armatura esce un calore da fornace. Se le scrolla di dosso con uno strattone e impugna lo spadone.

Il primo colpo è suo.

Il corridoio si riempie da tutte e due le parti. Due figure non si muovono: Miraj a un capo, Yarsha all’altro. Si fissano. Nessuno dei due alza un dito. Aspettano la mossa dell’altro, e tra loro due lo scontro infuria.