L’ultima cosa che ricordano è la voce di Veshka, «Non siamo più sotto Sharn», e corridoi antichi che passano davanti agli occhi senza mettersi a fuoco. Poi niente.
Si svegliano, e qualcuno si è preso cura di loro: le ferite lavate, le bende fresche, i corpi distesi su brande basse allineate contro una parete di pietra antica. In un angolo l’equipaggiamento, impilato con ordine: armi comprese. Nessuno le ha nascoste, nessuno le sorveglia. La sala è nanica, riadattata da mani che naniche non erano: archi troppo vecchi, un soffitto troppo alto per chi ci dorme sotto adesso. Oltre la porta, passi e voci basse.
Veshka è a terra, in fondo alla stanza. Respira, e non si sveglia. I Marchiati la guardano e la lasciano dov’è.
Nella stanza c’è anche un uomo. Alza gli occhi, li vede svegli e non dice niente: si volta ed esce a passo svelto, senza chiudere la porta dietro di sé. Passano dei minuti. Nessuno viene a incatenarli.
Poi arriva la donna. Cuoio consumato, nessuna insegna, la stessa polvere addosso che hanno tutti quaggiù: potrebbe essere una devota qualsiasi. Si ferma davanti alle brande a braccia conserte e li osserva senza parlare, e sono loro a rompere il silenzio: dove siamo, chi siete, perché ci avete curati. Le risposte arrivano corte e distratte, come date a qualcuno a cui non vale la fatica di rispondere.

Poi la porta si apre di nuovo. L’uomo che entra è l’unico che abbiano visto quaggiù a non avere polvere addosso: vesti pesanti, curate, di un taglio che sotto terra non serve a niente. Lui e la donna che era già lì si scambiano uno sguardo che dura mezzo secondo di troppo, e nessuno dei due si preoccupa di nasconderlo. Miraj prende in mano le presentazioni con la cortesia di chi lo fa spesso e non lo trova faticoso; Yarsha lo lascia fare, e il modo in cui lo lascia fare dice più di quello che dice lui.

Servono il Profeta della Terra. È stato lui a ordinare che i cinque venissero accuditi. Sono arrivati quaggiù, e nessuno sa come. Il luogo, spiega Miraj, è una città che i nani hanno abbandonato prima che le città di superficie esistessero: aveva un nome, ma è andato perduto. Poi si congeda.
Yarsha aspetta che i passi si spengano nel corridoio. Va alla porta, guarda fuori, controlla in tutte e due le direzioni. Torna dentro, e abbassa la voce. Il Profeta, lei non l’ha mai visto. Nessuno l’ha mai visto. Sospetta che dietro quel nome non ci sia nessuno, e che l’uomo appena uscito da questa stanza parli soltanto a nome di sé stesso.
Non chiede niente e non offre niente. Constata soltanto che lei e i cinque vogliono la stessa cosa.
Escono a cercare risposte, e trovano un culto. Corridoi puliti, sacerdoti che vanno ognuno per la propria strada e non alzano lo sguardo al loro passaggio. Nessuno li ferma, nessuno li segue.
Le stanze si lasciano girare una dopo l’altra. Dormitori uguali al loro, con le coperte piegate ai piedi delle brande. Un refettorio di banchi lunghi e ciotole impilate, una cucina dove una pentola cuoce senza nessuno a sorvegliarla. Magazzini in ordine, con le ceste piene e ogni cosa al suo posto. Nessuno ha fretta, quaggiù.
Cercano di capire dove sono, perché ci sono arrivati, cosa fare adesso. Intorno, niente che dia una risposta: sacerdoti che pregano, sacerdoti che portano ceste, sacerdoti che tengono in ordine. Un culto come un altro.
Il complesso si apre quasi per intero. Restano tre soglie.
La prima è un arco colmo di roccia. Non calce e mattoni: la roccia stessa, come tornata al suo posto per ordine di qualcuno.
La seconda è un santuario, e davanti ci sono le uniche due guardie del tempio, immobili. Il Profeta medita. Il Profeta non si disturba.
La terza non è una soglia.
È una caverna, e dentro ci sono delle persone. Statue, dicono: uomini e donne di pietra colti a metà di un gesto, chi si volta, chi alza un braccio, chi si copre gli occhi. Nessuna è su un piedistallo. Sono rimaste dove erano. Dentro fa più freddo che nel resto del tempio, il buio è più fitto di quanto la distanza giustifichi, e le torce non arrivano fino in fondo. E c’è una sensazione che nessuno saprebbe dire da dove venga: quella di essere osservati.
Fuori dalla caverna li aspetta Yarsha.
