Principi dell'apocalisse

Ombre su Sharn

Cinque segni, una discesa nelle viscere della terra

Sharn, Eberron 13 min3 luglio 2026

Da giorni i sogni non lasciano dormire: immagini che non tornano, terremoti sempre più fitti sotto Sharn. E un segno comparso sulla pelle di tutti e cinque, un marchio che nessuno di loro riconosce.

I Marchiati partono da ciò che sanno. I marchi del drago sono potere: casati, monopoli, magia. Il loro non appartiene a nessuna casata. Restano gli aberranti, quelli che la gente lega, a mezza voce, alla corruzione e alla sventura. Accademie, università, vecchi testi: la risposta è sempre la stessa, e sempre a metà. Somiglia a un marchio aberrante, ma non è nessuno di quelli conosciuti.

Kristy interroga la sua Signora. La Regina dei Corvi risponde senza parole: un battito d’ali insistente sulla nuca, poi un grido d’allarme, rivolto in basso. Eris cerca i druidi della città. Parlano di una terra che soffre: da lì, dicono, vengono i tremori.

Le visioni li colgono senza preavviso. Non sono sogni: mentre durano, sono l’unica cosa vera. Norik sta camminando, e un istante dopo è dentro una camera blindata, vista dall’interno, il metallo freddo sotto le mani; alle sue spalle, dei passi si avvicinano. Si volta, ed è di nuovo in strada, con il fiato di chi è appena scappato da qualcosa. Kristy vede un vicolo e una bettola dei bassifondi in cui non è mai stata, e un uomo senza occhi che le si scaglia addosso. Il colpo non arriva mai. Lei continua ad aspettarlo per tutto il giorno.

Le ricerche li portano alla Gilda di Cima della Scogliera, dove gli avventurieri si scambiano voci. Le voci dicono una cosa sola: spedizioni scese sotto Sharn, nessun ritorno. Tranne uno, dicono: un sopravvissuto, nei bassifondi, che da allora non ha più niente di sano. E un avvertimento che li riguarda: una donna bendata ha chiesto di loro. Scendendo verso i bassifondi, hanno la sensazione di essere guardati. In alto, appoggiata a un bastone, una figura li osserva. Poi non c’è più.

Il sopravvissuto sta in fondo a un vicolo, e Kristy lo riconosce prima di entrarci: è il vicolo della visione, bettola compresa. E l’uomo che si stacca dal muro e le si scaglia addosso è quello senza occhi. Stavolta il colpo arriva. Doreth: cieco, gli occhi se li è tolti da solo. Delira, si aggrappa ai loro vestiti, rovescia loro addosso frasi sconnesse. Ma una si conficca e resta: ne vuole cinque. La donna bendata. Cinque, come loro.

Doreth, il mendicante cieco

Mentre parlano, su Gmork cade inchiostro dal nulla, e la terra sotto i suoi piedi lo inghiotte: sepolto vivo, il peso sul petto, senza fiato. Poi il vicolo torna, come niente fosse. Per gli altri non se n’è mai andato: c’è solo Gmork, in ginocchio, le mani nella terra, che cerca il fiato.

Provano a girare la caccia dall’altra parte: una moneta a dei monelli di strada, se portano loro la donna bendata. I ragazzini la trovano, ma tornano a mani vuote: non è una che si lascia portare.

Al laboratorio delle Tre Lune, sulla soglia, le ultime visioni. Eris è afferrata da radici che escono dalla terra e la tirano sotto: fa in tempo a gridare, e la terra le chiude la bocca. Tafferuglio è dentro una processione che scende, tutti allo stesso passo, lungo una spirale; prova a fermarsi, e i suoi passi continuano a scendere con gli altri.

Cinque marchi, cinque visioni. Tutte diverse, e tutte dicono la stessa cosa: giù.

E con le visioni arriva altro: la convocazione di Casa Kundarak.

Salgono al Korranath, dove le torri sono intatte e la ricostruzione dopo la Luce non ha avuto niente da rimarginare. Durranak d’Kundarak li riceve come si riceve chi ha già salvato la città una volta. Il problema è semplice da dire e difficile da reggere: il motore che tiene accesa Sharn, un pilastro sepolto nel profondo, si sta spegnendo, e con lui le Sale Blindate del casato. I tremori sono solo il sintomo. Qualche spedizione è già scesa a cercarne la causa; nessuna è risalita. Ufficialmente non è successo niente: tutto insabbiato, perché a una città non si chiede di reggere anche il panico. Vogliono che i Marchiati scendano.

La convocazione al Korranath

«Non sarete soli.»

La porta si apre. La donna bendata è già dentro, nel cuore più blindato di Sharn, come a casa sua. Durranak la presenta con un nome, e lo pronuncia piano: Veshka. Lei li conta a uno a uno, senza occhi, e si ferma dove ciascuno nasconde il proprio segno. Poi li avverte:

Donna dalla pelle verde e le zanne sporgenti, con una benda scura sugli occhi segnata da un anello dorato, in vesti stracciate davanti a una luna piena

«Non fidatevi di ciò che vedete. Qui, occhi prima bugia.»

Poi spiega, a modo suo. «Io non accompagno voi», dice, «ma strada è stessa.» Scende anche lei, per una ragione sua: il custode del pilastro non risponde da qualche luna, e ora la terra trema. «Due cose insieme, brutto segno.»

Durranak offre il sostegno della casata, uomini e provviste, e insiste su una cosa sola: partire presto, l’indomani all’alba. A conti fatti, dice, è già tardi adesso.

I Marchiati si attrezzano: corde, lame, scorte, acqua, tutto il necessario per restare a lungo là sotto. All’alba li aspetta un messo di Casa Kundarak, con l’autorizzazione a scendere nei livelli bassi della città, quelli che non si aprono a chiunque.

Si scende.

Gli Ingranaggi sono l’ultimo posto vivo. Fonderie grandi come cattedrali, fiumi di lava, cenere che si posa sulla lingua.

Le fonderie degli Ingranaggi

Un vecchio forgiato, capoturno, parla come chi ha imparato le parole a fatica e le spende con parsimonia. Si presenta con una parola sola: Maglio. Li accompagna oltre il calore, dove il magma non arriva, fino a un ascensore. Poi torna al suo turno: ha un lavoro. Da lì sotto, dice, non è tornato nessuno, ma non lo dice per fermarli. Lo dice perché è vero.

Maglio, il capoturno delle fonderie

Più giù, la Vecchia Sharn. Una città sepolta sotto la città, un dedalo dove perdersi è la cosa più facile del mondo. I muri sono coperti di segni: alcuni li hanno lasciati altri avventurieri, per ritrovare la strada di casa; altri non vogliono dire niente di comprensibile, e forse è meglio così. Norik li legge, c’è già stato, quaggiù, un tempo, e ne aggiunge di suoi, perché chi non lascia tracce non risale.

Varco fra macerie e muri crollati, con un portale di metallo inciso a soli e figure, oltre il quale si intravede una città di guglie dorate e una folla in controluce

Lei cammina davanti a loro, e per la prima volta la guardano davvero. Sulla benda che le copre gli occhi c’è un segno: un cerchio, ricamato con cura. Qualcuno lo riconosce: è l’anello di Siberys, il cerchio d’oro nel cielo, quello della favola che tutti conoscono da bambini, il Drago di Sopra. Mentre Veshka li precede, si volta di scatto verso il buio, come se avesse visto qualcosa. Loro guardano dove guarda lei, che occhi non ne ha. Una sagoma, ferma. Poi più niente. «Eco di passato», dice. E cammina.

Figura calva in tunica lunga, ferma in fondo a un corridoio in rovina invaso dalla nebbia

Un secondo ascensore, più vecchio di tutto ciò che conoscono, con ferro e magia ancora affiancati e non ancora fusi come sopra, li cala nelle gallerie profonde. Qui la terra, ai bordi, comincia ad annerire.

Nelle gallerie trovano tracce fresche, e le seguono. Arrivano a un accampamento che nessuno ha smontato: corde tese, una lanterna quasi spenta, razioni intatte. Nessuno è partito. Si sono fermati, e basta.

Il morto è lì, disteso tra le cose rimaste: senza nome, senza ferite. Le cavità del corpo sono piene di una terra nera che nemmeno Eris sa riconoscere, e Eris riconosce ogni terra. Accanto al corpo, una lastra di materiale tenero, incisa con le dita. Al cadavere mancano le unghie: se le è consumate sulla lastra. Quello che è riuscito a scrivere si legge a pezzi: parla alla terra, e la terra risponde… si è aperta, in basso… mi guarda anche a occhi chiusi.

Dal fondo della galleria arriva un raspare di zampe, e diventa subito una corsa. Dieci gnoll escono dal buio, un istante per mettere a fuoco la preda, e sono addosso.

Veshka canta. Un suono basso e gutturale, e non è per gli sciacalli: è per i cinque. Le zanne affondano e si richiudono su niente. Le lame calano dove devono e la carne non si apre. Gli gnoll fanno tutto giusto e non ottengono niente. I cinque li abbattono uno alla volta. Quando Veshka smette, per terra ci sono dieci carcasse e sui Marchiati non c’è un graffio.

Nel silenzio che segue, dal buio, arriva un rumore. Qualcosa si sta facendo strada verso di loro.

Il suono arriva prima di loro: unghie sulla pietra, guaiti, un ansimare che si moltiplica e rimbalza sulle pareti finché non ha più direzione. Poi il buio del cunicolo esplode, e un’orda si rovescia dentro la galleria.

Sciacalli del Daask, decine, occhi bianchi e denti scoperti. I Marchiati non aspettano l’impatto: falciano la marea prima che li raggiunga, le posizioni si serrano. Per qualche istante è solo caos.

È Norik ad accorgersene. Gli sciacalli non stanno sciamando su di loro. Li stanno attraversando.

Poi la marea si apre, e non per il gruppo. Due sagome più grosse si fanno strada tra i loro stessi sciacalli, a colpi di lama. Norik le riconosce, dai suoi anni là sotto: Fauci di Yeenoghu, campioni della carneficina, i demoni che spingono le orde. Dove arrivano loro, un’orda non arretra mai.

E stanno correndo.

Umanoide dal muso di iena e gli occhi gialli, in armatura di cuoio borchiata, che impugna due scimitarre mentre un secondo simile ringhia alle sue spalle

Tafferuglio non aspetta di capire. Attraversa la corrente in senso contrario, le giunture che fischiano e buttano calore, lo spadone che miete chiunque sia sulla traiettoria. I colpi che prende non li registra nemmeno. Va incontro alle Fauci mentre tutto il resto scappa. E i campioni della carneficina non resistono alla loro natura: la fuga può attendere, il sangue no. Gli si avventano addosso.

Il gruppo risponde da ogni lato, e Veshka canta di nuovo. Non è il canto di prima: questo batte un ritmo, sempre più stretto, e le membra dei cinque lo seguono. I colpi raddoppiano, e le Fauci cadono. Gli ultimi sciacalli sfondano e spariscono nel buio da cui i Marchiati sono venuti.

Restano i corpi, il fiato. Eris è ferita: qualcosa è entrato con la lama, e già le lavora sotto la pelle. Tafferuglio la esamina e riconosce i segni, una malattia dei luoghi bui, di quelle che marciscono gli occhi. La magia la epura prima che metta radici.

Veshka è ferma, il capo voltato verso il fondo del cunicolo. Le mani leggono l’aria. Non dice niente. Poi riprende la marcia, e li guida giù.

L’ultima gabbia di ferro scende a lungo. Il buio ha una temperatura. A un certo punto l’aria di Sharn sparisce, sostituita da un’aria ferma da secoli che sa di terra bagnata. Poi, negli ultimi metri, la catena cede. La gabbia si stacca, e precipitano.

L’impatto. E davanti a loro, il fondo del mondo.

Una caverna che il buio non lascia misurare. Al centro, un pilastro antico, inciso di segni che si muovono se fissati troppo a lungo, e un ronzio che non passa per le orecchie: passa per il marchio. Oltre il pilastro, sul fondo, una bolla di fango che ruota lenta su sé stessa. Dentro, in controluce, una sagoma inginocchiata.

Il pilastro nel fondo del mondo

Veshka tocca la terra. «Vhorrak. Terra che proteggeva, ora lo ha preso.»

Poi la parete si stacca.

Un pezzo di caverna si separa dal resto e viene verso di loro. Pietra, terra nera, radici morte, e dentro una forma, due braci sepolte dove sarebbero gli occhi. Ogni passo è una frana breve. Non accelera mai. Non rallenta mai.

Creatura massiccia fatta di massi e schegge di cristallo azzurro, curva in avanti su arti di roccia, in mezzo alla polvere

I Marchiati provano tutto. Colpiscono la bolla di fango, invano: la terra richiude ogni ferita prima che esista. Colpiscono il colosso, e il colosso non li sente. Ma quando è il colosso a colpire, gli schianti mettono in ginocchio perfino Tafferuglio, e il suolo si solleva a ondate lungo tutta la caverna. Veshka canta ancora, e il canto li tiene in piedi. Poi la sua voce si spezza in un grido che nessuno le ha mai sentito.

«Vhorrak, no! Millenni ha vegliato. Ora altro lo muove.»

Chiama il colosso come si chiama un vecchio amico. Il colosso non risponde.

«Là dentro non c’è più.» Si volta verso i cinque. «Uomo nel fango beve da pilastro, fa rituale suo. Non deve. Voi rompete vibrazione: colpite pietra, urlate dentro pietra, non importa come. Suonate pilastro sbagliato.»

È Gmork il primo a capire. Una sfera di energia attraversa la caverna e si schianta contro il pilastro in un tuono che fa tremare i denti. Il ronzio inciampa. Nella bolla di fango, la sagoma si contorce.

E il marchio brucia. Su tutti e cinque, nello stesso istante. Non un dolore: un’attenzione. Qualcosa di enorme ha smesso di fare ciò che stava facendo, e adesso li pesa. Uno per uno, e tutti insieme.

Norik alza il braccio, e il congegno che lo ricopre frantuma l’aria contro la pietra. La vibrazione si spezza come un vetro dentro un canto.

Tutto il ronzio che li ha accompagnati dal primo passo là sotto si spegne di colpo. Restano solo i loro respiri, e sono troppo forti. La sagoma nella bolla svanisce. Il colosso si arresta a metà passo.

Poi il buio della caverna si stacca dalle pareti e converge, sul pilastro, su di loro. La luce muore un anello dopo l’altro, come candele soffiate in cerchio.

E nel buio, vedono.

Una sala di pietra dove il fuoco arde sull’acqua, e figure inginocchiate che cantano. Acqua nera che sale le scale di una fortezza, e sagome che camminano sul fondo come su una strada. Una guglia dove il vento urla, e chi lo ascolta sorride a braccia aperte. E poi una caverna vasta, un pilastro, cinque figure piccole piccole viste dall’alto: loro. Adesso. Da lassù.

Nell’ultimo istante, un’iride immensa si apre nel buio.

Poi niente.

Pietra fredda sotto la schiena. Si svegliano uno accanto all’altro su un pavimento di lastre antiche, in un buio più vecchio di qualsiasi buio abbiano attraversato. Colonne salgono verso un soffitto che non è roccia: è costruito. Archi, saloni, gallerie, un complesso che si estende in ogni direzione, morto da più tempo di quanto Sharn esista.

Veshka si alza. Volge il capo intorno, lentamente, come se guardasse.

«Non siamo più sotto Sharn