Le case di legno di Phandalin si allineano lungo una strada battuta. Dietro i tetti, il Picco Gugliaghiacciata taglia l’orizzonte — roccia e ghiaccio che dominano tutto il resto.
Qui arrivano Elfeder, Tiamantha e Arcibaldo, attirati da voci di lavoro e promesse di fortuna. Trovano un villaggio che cresce, ma cresce storto: miniere riaperte in fretta, rovine lasciate marcire alle porte, e un silenzio strano ogni volta che qualcuno pronuncia la parola drago.
Il villaggio e le prime voci
Phandalin è un villaggio che cerca di crescere. Il borgomastro distribuisce incarichi, i mercanti alzano i prezzi, i minatori scendono all’alba e risalgono al tramonto. Ma tra una conversazione e l’altra emergono crepe: orchi avvistati sulle colline, un tempio da cui nessuna spedizione è tornata, ombre che si muovono dove non dovrebbero.
Gli avventurieri ascoltano, osservano, e accettano il primo incarico disponibile.
Il tempio abbandonato
Il sentiero verso il tempio si fa stretto e silenzioso. L’aria cambia: l’odore di terra bagnata lascia posto a qualcosa di acido, come pietra bruciata.

All’interno, corridoi crollati e simboli profanati raccontano una storia che nessuno a Phandalin vuole sentire. Quello che doveva essere un sopralluogo diventa uno scontro. Le creature che infestano il tempio non sono casuali — qualcosa si è insediato qui.
Una perdita inattesa
Lo scontro lascia il segno. Non tutti ne escono indenni.
Una perdita improvvisa cambia il peso della missione. Non è più un incarico dalla bacheca del borgomastro. È il primo momento in cui il gruppo capisce che qui si muore davvero.
Ritorno a Phandalin
Il ritorno è carico di silenzi. Phandalin continua la sua vita quotidiana — il fabbro batte il ferro, i bambini giocano nel fango — ignara o forse rassegnata ai pericoli che la circondano.
Con il calare della notte, le luci si spengono una a una. Lontano, tra le montagne, il Picco Gugliaghiacciata aspetta.