Al ritorno da Akharin Sangar, il Pasto Alimentale sembra lo stesso di sempre, ma qualcosa è cambiato: da quando Raki non c’è più, l’aria del rifugio porta un’assenza che nessuno nomina. Per la prima volta il tubo pneumatico è attivo, e consegna un pacco di Laleh — torrone al pistacchio ancora tiepido, un biglietto scritto storto. Kung, Nasa e Bisash accettano l’invito a trasferirsi al rifugio; Bisash lo dice come chi ha già deciso da tempo. Nello stesso giorno, in un momento tranquillo, le ali della libellula di granato si fermano e poi ripartono da sole — da allora la creatura non si allontana dal gruppo, e quando una lama viene impugnata si avvolge di un alone granato sottile.
La convocazione arriva in opale, scavalcando Sholeh. È Darael a riferire al consiglio una notizia che cambia il quadro politico: due figure si sono dichiarate elfi astrali e hanno rivendicato la responsabilità del Passaggio degli Avvoltoi, gettando discredito sugli elfi veri proprio mentre questi cercano qualcosa a Djaynai. Qualcuno vicino ai Gaudenti Notturni vuole che i tomi vengano distrutti, e almeno un Araldo ha messo a tacere la discussione. Sholeh arriva a metà seduta. Si siede, ascolta, non fa scenate. Ma quello che prima riempiva la stanza senza bisogno di essere nominato adesso ha dei bordi visibili.
Il mandato è chiaro: raggiungere Djaynai, trovare i tomi, capire chi vuole cosa. Prima del congedo, Darael accenna a un dettaglio che potrebbe non essere amministrativo come lo presenta — un sogno ricorrente tra certi abitanti di Djaynai:
il cielo si spezza e da quella crepa scende qualcosa di piccolo e verde, con le orecchie a punta. Nella mano, una spada di luce. Sul petto, un cuore di ossidiana. Tocca terra e le ombre fuggono.
Porto nella nebbia
L’opale d’acqua atterra in silenzio. Le pareti della Gemma si fanno semitrasparenti e il gruppo esce nella luce del tardo pomeriggio. Davanti a loro si stendono sette chilometri e mezzo di costa, fino a una città che nessuno ha mai visto, avvolta in una nebbia che non se ne va mai del tutto. Con il gruppo c’è anche Daykul: non sa spiegare perché sia lì, e i frammenti che porta sono pochi e disordinati come pagine strappate. Sa soltanto di doverci essere.
Djaynai emerge dalle mangrovie con la lentezza di chi non ha fretta di farsi conoscere. Edifici in mattoni d’argilla pastello, un porto incassato nella costa, un grande castello che domina l’orizzonte senza chiedere il permesso. Un facchino li scorta alla Locanda di Anadoua — edificio azzurro a due piani, proprietaria dalla voce calda — e la sera scende su una città che non si fida facilmente degli stranieri. Più di un abitante menziona, quasi di passaggio, di aver avvistato elfi astrali nei giorni precedenti. Il tono lo dice tutto.
Morti inquieti
Nel cuore della notte la sala comune della locanda si riempie di nebbia vorticante. Due figure spettrali compaiono terrorizzate, inseguite da un wraith che le incalza: sono haint, spiriti che non riescono a riposare.

Il gruppo si lancia in loro soccorso. Il combattimento contro il wraith è breve e violento.

Quando il wraith cade, gli spiriti si calmano e si presentano: Derek e Violette. Erano a bordo della Girscamen, una nave affondata durante il Passaggio degli Avvoltoi. I tomi che trasportavano sono ancora là sotto, sul fondo del mare, e qualcosa si è svegliato intorno a loro: una minaccia che potrebbe usarli.
Prima che possano dire di più, la nebbia torna a inghiottirli e li porta via. Sul pavimento restano due pozzanghere che disegnano sigilli per qualche istante, poi spariscono senza lasciare traccia.
Castel Djaynai
Al mattino, guardie in tuniche nere scortano il gruppo al cospetto di Atiba-Pa, reggente di Djaynai.

L’uomo siede su un tappeto circondato di carte, abiti viola, lo sguardo di chi porta il peso di una promessa fatta a nome di un intero popolo. Vuole i tomi a ogni costo: offre tremila monete d’oro e collane di conchiglie nere di ciprea — reliquie storiche, da restituire a missione conclusa. Sa che la città sottomarina di Janya custodisce mappe accurate dei relitti, e che senza il loro aiuto il fondo del mare resterà muto.
Nel pomeriggio, una figura velata d’azzurro ferma il gruppo per strada. Si chiama la Blu, ed è l’emissaria di Djeneba, che li attende alla Sala da ballo degli antenati.

Alta quasi due metri, avvolta in strati grigi e blu, Djeneba è una presenza che occupa lo spazio senza chiedere il permesso. Fa una controfferta: quattromila monete se i tomi vanno a lei. Non dice che vuole distruggerli — ma è quello che vuole davvero.
Luna-Beden
All’alba il molo è già attivo. La Luna-Beden galleggia sull’acqua turchese sotto un cielo rosa, pronta a salpare. A bordo, due Lancieri del Mare diurno: Gurau, allegro e disponibile, e Kisaroua, tenebrosa e impaziente. Durante la navigazione uno di loro accenna, quasi di passaggio, che una piccola imbarcazione elfica è partita all’alba, prima di loro.
La discesa verso il fondale è lunga. L’acqua passa dal verde-azzurro al blu profondo, poi al buio totale, dove solo la luce di un globo galleggiante orienta la rotta.

A metà discesa una nave fantasma emerge dalla nebbia: non morti a bordo che cercano Derek e Violette. Il combattimento è duro, e si combatte sospesi nel vuoto liquido. Quando finisce, la nave si dissolve come distrutta da una tempesta che non c’è.
Janya
Sul fondale appare una cupola di luce perlacea. Torri di ossidiana, finestre circolari, cirripedi bioluminescenti che tracciano linee di luce nell’oscurità: è la città sottomarina di Janya, vista dall’esterno per la prima volta.

A riceverli è Xoese-Addae, emissario dell’Alta Corte, che li accompagna al Liceo Ceruleo mentre un gala è in corso. Anche qui, tra gli ospiti e il personale del Liceo, qualcuno racconta di aver scorto elfi astrali ai margini della cupola nei giorni precedenti — mai abbastanza vicini per parlare, e mai nessuno avrebbe permesso loro di avvicinarsi: i precedenti storici tra Janya e gli elfi astrali pesano ancora troppo. Ad attendere il gruppo c’è Zisatta, comandante della Pattuglia fluttuante: fredda, essenziale, è lei a custodire le coordinate del relitto.

Ma prima di poterle ottenere, il gruppo deve sostenere uno scontro a tre con Fratello Broumane, che irrompe nella conversazione convinto che i tomi debbano essere distrutti prima che i predatori li recuperino.

Alla fine Zisatta parla: il relitto giace nella Fossa dell’Amor Perduto, a ventidue chilometri e mezzo da Janya. E sì — anche da loro le pattuglie hanno avvistato gli elfi astrali nelle acque vicine, poco prima dell’arrivo del gruppo. Tenuti a distanza, sempre.
La Fossa
La Fossa dell’Amor Perduto si apre come una ferita nel fondale, e il gruppo affronta trecento metri di discesa tra coralli color mezzanotte. Sul fondo giace il relitto della Girscamen, con il nome ancora leggibile sullo scafo dopo secoli. Tracce fresche rivelano che qualcuno è già sceso prima di loro.
L’avvicinamento alla nave ha un costo. Le grida di chi annegò qui secoli fa risuonano dentro la testa come qualcosa di fisico. Oltre lo scafo spezzato, un buco nel fondale conduce a una struttura nascosta — pietre grigie incastrate a forma di puzzle, evidentemente non parte del relitto.
Al centro di una stanza incisa di figure marine si erge un trono d’ossidiana. Il capitano fantasma della Girscamen emerge per difenderlo, mentre nelle nicchie alle pareti i teschi di fuoco si animano e attaccano.

Violette, finalmente libera, scende a combattere al fianco del gruppo dopo due round.
Nella biblioteca oltre il trono attendono i due tomi che custodiscono le Arti del trono nero e la Via della nebbia nera — e sulle pareti pendono ancora una spada del furto vitale e un bastone del gelo, intatti, che i secoli non hanno consumato.
L’aboleth
Dal buio oltre la biblioteca emerge qualcosa di più antico e più paziente. L’aboleth non stava aspettando i tomi — stava aspettando che qualcuno venisse a prenderli.

Il combattimento piega il gruppo fino al limite delle forze.
Poi arrivano gli elfi astrali.
Entrano senza annunciarsi, combattono senza spiegare. Quando l’aboleth cede, si fermano e si limitano a osservare. I tomi sono ancora lì, eppure non li hanno presi durante il combattimento, quando avrebbero potuto. Guardano il gruppo con qualcosa che non è né gratitudine né superiorità: qualcosa di più difficile da leggere.
Poi chiedono i tomi.
Il gruppo non si muove. Fino a qualche giorno fa gli elfi astrali erano l’ombra che il consiglio aveva messo sul tavolo: i sospettati del Passaggio degli Avvoltoi, le figure che si erano rivendicate la responsabilità di un massacro per screditare gli elfi veri. Potenziali nemici, non alleati. I personaggi chiedono spiegazioni, incalzano, pretendono chiarezza.

Questa volta gli elfi parlano. Raccontano che la Cittadella Radiosa fu un tempo fortezza di Pazuzu, e che il Passaggio degli Avvoltoi fu opera loro: un sacrificio terribile, ma necessario per confinare l’essenza del demone in una fiaschetta. Da allora si preparano alla battaglia finale per estirparlo una volta per tutte — e Citlali sarà il ricettacolo prescelto, il mezzo attraverso cui Pazuzu tornerà sul piano materiale per essere annientato definitivamente.
C’è altro, e pesa di più. Alcune delle sciagure attribuite agli elfi astrali nei mesi precedenti erano in realtà opera di Pazuzu stesso, che dalla sua prigione ha continuato a seminare discordia — e in parte ci sta riuscendo. La rivendicazione del Passaggio degli Avvoltoi da parte di due falsi elfi astrali, screditandoli proprio mentre cercavano i tomi a Djaynai, ne è solo l’ultimo segnale.
I tomi devono restare nelle loro mani, spiegano. La loro consegna agli stessi elfi astrali che il consiglio sospettava — proprio nella Cittadella, dove gli elfi risiedono — creerà scompiglio nei prossimi giorni, ma è un prezzo che sono disposti a pagare.
Eredità delle anime smarrite
Derek e Violette riappaiono, questa volta come in vita. Ringraziano il gruppo per aver scelto di affidare i tomi a chi saprà proteggerli.
La scelta è davanti al gruppo: Atiba-Pa, i Gaudenti Notturni, Janya, o gli elfi astrali che hanno appena salvato loro la vita senza chiedere nulla in cambio.
I tomi vanno agli elfi astrali.
Gazzetta di Djaynai

Cultura e società Djaynai è un regno costiero che non è mai stato sconfitto da forze esterne, ma la cui ricchezza è stata decimata dal Passaggio degli Avvoltoi — una serie di attacchi predatori che devastarono la regione secoli fa. La nazione funge oggi da esempio di auto-sovranità e dignità, difesa dai Lancieri del Mare diurno, una forza d’élite che protegge i confini e le rotte commerciali.
Economia Pesca d’altura, commercio marittimo, tinture ricavate dalle alghe profonde e artigianato in corallo sono le risorse principali. I porti di Djaynai collegano l’entroterra alle rotte del Mare Notturno, e le navi da pesca servono anche come vascelli cerimoniali durante i riti di offerta al mare.
Creature e pericoli I chilliren del Mare Notturno — discendenti di Djaynaiani che si gettarono in mare durante il Passaggio degli Avvoltoi e si trasformarono in esseri soprannaturali — abitano le profondità al largo della costa. Non sono ostili per natura, ma difendono le acque che abitano con la stessa determinazione con cui i loro antenati difesero la libertà.
Feste e tradizioni Cerimonie notturne sulla costa scandiscono il calendario stagionale. I riti di offerta al mare garantiscono pesca abbondante e protezione dalle tempeste, e mantengono vivo il legame tra Djaynai in superficie e la civiltà sottomarina di Janya nelle profondità.
Identità Djaynai vive con un piede sulla terra e uno nell’acqua. La sua storia è una storia di perdita e resistenza, e il confine tra chi rimase sulla terraferma e chi scelse il mare non è mai stato del tutto cancellato.