La luce di Xaryxis

Discordia e diplomazia

Atto 3: Caos nel Doomspace - Capitolo 9

Doomspace, Base di Vocath 13 min 10 aprile 2026

L’ombra delle dodici falene stellari pesa sulla base di Vocath come una sentenza già pronunciata. Le navi imperiali occupano l’orbita alta in formazione a ventaglio — eleganti, cristalline, immobili con la pazienza di chi non ha bisogno di fretta perché ha già vinto.

Nell’arena, la sabbia porta ancora i segni degli scontri appena conclusi — sangue, solchi, il corpo della Regina Gorma che nessuno ha ancora rimosso. Sugli spalti le ciurme della base osservano in silenzio. Non è rispetto — è calcolo. Ognuno sta valutando quanto vale la propria nave contro dodici falene stellari.

Hyppolita, Norik, Kae’ryn, Mork e Mei stanno fermi al centro dell’arena mentre il drago solare plana sul campo, il suo cavaliere immobile come una statua di cristallo.

Le parole di Xeleth sono precise, fredde, vuote di emozione reale:

«Nostro padre è morto. Quando diverrò imperatore, voglio mia sorella presente all’incoronazione.»

Qualcosa non torna. Kae’ryn lo sente per prima — la risonanza dell’elfico astrale non viene da lì. Mei lo sente un istante dopo — quella sensazione familiare di uno specchio che mente. Norik annuisce impercettibilmente verso Mork: la firma magica è sdoppiata, instabile. Warwyck Blastimoff non dice niente. Si avvicina a Hyppolita, le appoggia il fucile sulla spalla con la naturalezza di chi lo fa da sempre, e si abbassa a mirare.

Silenzio. Poi abbassa l’arma.

«Sì. Quello che pensate è giusto.»

Riappoggia il fucile sulla spalla — stavolta quasi a riposo.

«Xeleth è su una di quelle navi. Al sicuro. A guardarci recitare la nostra parte mentre lui recita la sua.»

Una pausa.

«Bravi. Ci ho messo più tempo, la prima volta.»


L’anello delle stelle cadenti

Sulla balconata del palco privato, Vocath osserva con la lucidità di chi sta già calcolando i danni. Le braccia incrociate, la pelle azzurra che riluce appena nella luce riflessa delle falene stellari. Accanto a lui, Xedalli guarda giù nell’arena — cerca i personaggi con gli occhi. Li trova.

Quello che segue dura pochi istanti. Xedalli scende nell’arena con il passo di chi ha già deciso tutto. Parla di resa con una calma quasi serena. Nessuno nota il momento esatto in cui qualcosa cade nella sabbia senza un suono.

Poi una voce arriva alle orecchie del gruppo — un sussurro che non ha origine visibile:

«Avrete bisogno del mio anello per salvare il vostro mondo. L’ho lasciato nella sabbia. Vi aspetto alla cittadella.»

Xedalli sale sul drago solare verso la Xaryxia senza esitare. Prima di sparire oltre lo scafo della nave ammiraglia, volta appena la testa — un mezzo secondo, un gesto minimo — verso un punto nella sabbia.

Solo chi guarda sa.


Norik recupera l’anello dalla sabbia e lo rigira tra le dita. Metallo meteorico, scuro, freddo al tatto. Le pietre incastonate nella fascia hanno qualcosa di strano — non riflettono la luce, la contengono. Guardandole da vicino sembrano avere delle nebulose al loro interno, minuscole e lentissime, come se qualcuno avesse intrappolato frammenti di cielo notturno dentro il metallo.


La trattativa

Le falene stellari virano e scompaiono una alla volta nel buio del Doomspace. Quando l’ultima si dissolve nella nebulosa, Vocath alza una mano.

Il pavimento dell’arena sparisce. Quando riappare sotto i piedi del gruppo non è più sabbia — è la pietra levigata della sala delle udienze. Le pareti circolari sono quelle che il gruppo ha visto poco prima: opere d’arte, arazzi, modellini di navi, i sei busti di quarzo azzurro. Ma la disposizione è cambiata. Al centro, un tavolo lungo. Intorno, sedie sufficienti per tutti.

Non solo il gruppo. Warwyck, Krux, Topolah, Gargenhale, Fel Ardra — l’intero equipaggio della Second Wind è stato trasportato con loro. Flinch annusa l’aria con l’espressione di chi non si abituerà mai alla magia dei mercane.

Vocath si posiziona in fondo, in piedi, senza sedersi. Non è un ospite alla sua stessa tavola. Il tono è quello di chi sta ancora calcolando i danni.

«Vi siete guadagnati l’attenzione di tutti nell’arena. E gli xaryxiani che vengono a bussare alla mia porta… è qualcosa che non si può ignorare. Avete questa opportunità. Non sprecatela.»

Poi fa entrare i rappresentanti delle fazioni. Arrivano uno alla volta, distribuendosi nella sala con la cura di chi non vuole stare troppo vicino a nessun altro. Non si parlano. Vocath lascia cadere poche parole nell’aria:

«Nell’arena avete visto cosa sono in grado di fare questi stranieri. Ora chiedono la vostra attenzione. Io vi consiglio di concedergliela.»

Poi si fa da parte.

Norik parla. Non un discorso da condottiero — qualcosa di più preciso. La situazione è questa. Il pericolo è quello. L’alternativa è nessuna. Hyppolita affianca l’artificiere con la solidità di chi sa stare accanto a qualcuno nel momento che conta.

È Zoth’ess la prima a rispondere. La ssurran è bassa, compatta, con scaglie color sabbia e occhi laterali che si muovono indipendentemente l’uno dall’altro — uno sul gruppo, l’altro sulla porta.

Non ha aspettato la fine del discorso — sta già contando qualcosa tra le dita artigliate quando apre bocca. Ideali, missione, destino comune: tutto scivola via come acqua su pietra. Le sue sei navi vespa non si muoveranno per meno di qualcosa di concreto. Il gruppo cerca di sottolineare l’importanza della causa. Zoth’ess dichiara che le sue navi si ritireranno disinteressate — e si volta dall’altra parte.

Norik cambia interlocutore. Si rivolge a Dakaer.

La capitana umana alza la testa — capelli corti tagliati con un coltello, cicatrice sottile che le attraversa il mento, l’aria di chi ha dormito sulle navi più a lungo che sulla terraferma.

Sembra quasi sollevata di essere stata interpellata. Gli ideali sono condivisi, dice, senza fronzoli. Poi aggiunge quello che serve: provvigioni per il viaggio, strumentazione per la manutenzione, materiali utili. Il gruppo acconsente senza esitare. Dakaer è dentro.

Dall’altra parte della stanza, Mei ha notato Rika — un aarakocra anziano, le piume del petto ingiallite dall’età, il becco affilato che si muove in scatti nervosi.

Le dita piumate sfogliano cartine con un nervosismo appena trattenuto, gli occhi rotondi che scivolano di tanto in tanto verso Kae’ryn. Mei si avvicina con Topolah al fianco e va dritta al punto: cosa vogliono gli aarakocra per entrare nella coalizione?

Rika vuole il planetario di Topolah — e la sua conoscenza. Mei si assicura sottovoce che Topolah sia in grado di riprodurre tutto prima di stringere l’accordo. Poi, con la curiosità tipica di chi osserva più di quanto parla, chiede all’anziano aarakocra quale sia il problema con Kae’ryn.

Rika non esita. La githyanki è palesemente una reietta — e la sua razza non perdona i reietti. Gli aarakocra faranno parte della coalizione, ma Kae’ryn non salirà mai su nessuna delle loro navi.

Kae’ryn è presente. Incassa in silenzio.

Prima di voltarsi, Rika aggiunge qualcosa — quasi un ripensamento, con il tono di chi sta cedendo informazioni che considera moneta corrente.

«La flotta xaryxiana viaggia scortata da draghi solari. Creature enormi, veloci, quasi impossibili da abbattere. Ma la famiglia reale porta degli anelli — gli animali li riconoscono come amici. Senza quelli, vi sbraneranno prima ancora di avvicinarvi alla cittadella.»

Il gruppo scambia un’occhiata. L’anello nella sabbia acquista un peso diverso.

Gli aarakocra sono dentro.


Il duello

Tra i thri-kreen e gli aartuk il clima è quello di un fuoco tenuto a malapena sotto controllo. I primi osservano i secondi con un’aria che in un’altra stanza sarebbe fame. I secondi ricambiano con un odio vecchio e paziente. Il gruppo cerca di capire come gestire la situazione — è Warwyck a suggerire sottovoce che gli aartuk apprezzano le dimostrazioni di forza.

Hyppolita non aspetta. Sfida a duello Vortshu.

L’aartuk si volta verso di lei. È una creatura che sembra più pianta che animale — un tronco verticale dal quale si diramano cinque appendici a stella, la corteccia scura solcata da venature luminescenti. Non ha occhi in nessun senso riconoscibile, eppure guarda.

La comunicazione passa attraverso Vocath, che traduce con la flemma di chi lo fa da una vita. Vortshu accetta prima ancora che le parole finiscano.

L’aartuk si scaglia sulla giff con le sue appendici — colpi pesanti, irregolari, privi di tecnica ma carichi di una forza bruta che compensa tutto il resto. Hyppolita risponde con l’alabarda, fendenti e affondi senza risparmio, la forza di una vita intera di circo e di guerra concentrata in ogni colpo. Lo scontro dura meno di quanto chiunque si aspettasse. Vortshu cade.

Kae’ryn è la prima ad avventarsi sul corpo — cerca di lenire le ferite, di fare qualcosa. Ma è già troppo tardi. Takana si muove appena — la thri-kreen è alta, sottile, con quattro braccia incrociate sul torace chitinoso e occhi composti che riflettono la luce della stanza in decine di sfaccettature.

È trattenuta a malapena dagli altri thri-kreen mentre gli aartuk circondano il corpo del loro capitano come una muraglia vivente.

Vocath commenta, con la neutralità di chi registra un fatto: uccidere il loro capo non è stata una gran mossa. Gli aartuk non faranno parte della coalizione.

Hyppolita chiede a Vocath di tradurre.

«Ho ucciso il vostro capo ma non era il mio scopo. Se donare la mia vita vi laverà questa offesa e vi farà entrare nella coalizione, sono pronta a sacrificarmi.»

Vocath traduce, divertito — sa già cosa sta per succedere.

Tra gli aartuk ci sono dei sacerdoti. Uno di loro si china sul corpo di Vortshu, le appendici che tracciano un gesto rituale — e il capitano riprende a respirare mentre la scena si sta ancora svolgendo.

Quando riapre gli occhi sul corpo di Hyppolita ancora in piedi davanti a lui, gli aartuk capiscono. La forza del suo spirito. La fermezza delle sue convinzioni. Entrano nella coalizione.

Resta Takana. La thri-kreen mistica vuole uno spelljamming helm e scorte alimentari. Il gruppo ha l’helm della Last Breath e provviste sufficienti — cedono il primo e una parte delle seconde. I thri-kreen sono dentro.


Il gruppo torna da Zoth’ess.

Questa volta portano qualcosa di concreto: la pergamena del muro di forza, un anello dello scudo mentale, cinquecento monete d’oro. La ssurran esamina ogni oggetto con la lentezza di chi vuole far capire che sta facendo un favore. Poi annuisce.

Anche i ssurran sono dentro.


La flotta

Vocath aspetta che l’ultimo accordo sia chiuso. Poi si alza in fondo alla sala e parla per la prima volta da quando ha ceduto la parola.

«Anche i mercane parteciperanno. Le nostre navi si uniranno alla coalizione.»

Una pausa. Lo sguardo percorre la sala — ogni fazione, ogni capitano, ogni faccia.

«Preparate le navi. Fra dieci cicli si parte per la guerra. Fatevi trovare pronti. Gli xaryxiani non fanno prigionieri — e neanche noi ne faremo.»

I dieci cicli che seguono trasformano la base di Vocath in qualcosa che non ha nome.

Le navi arrivano una alla volta, poi a gruppi. Navi averla, navi lampreda, navi vespa, navi scorpione, galeoni, navi martello, navi calamaro — fino a formare una flotta che nessuno di quei sistemi ha mai visto. Le banchine si riempiono. Le officine lavorano a ciclo continuo. Dalle fucine degli ssurran esce fumo acido che si disperde nel vuoto attraverso gli sfiatatoi della cupola. Gli aarakocra sorvolano la formazione in perlustrazioni costanti, ombre rapide contro la nebulosa verde del Doomspace.

Le barriere culturali, le differenze somatiche, i vecchi rancori: tutto sembra dissolversi nell’unico scopo comune. I thri-kreen mangiano a parte. Gli aartuk pregano a parte. Ma quando c’è da caricare munizioni o rattoppare uno scafo, lavorano fianco a fianco senza che nessuno debba ordinarlo.

Norik trascorre i primi cicli nelle officine della base — smonta, studia, prende appunti. I materiali del Doomspace sono diversi da quelli che conosce, e questo lo rende pericolosamente curioso.

Kae’ryn passa le sere con Starbough sul cassero della Second Wind. Il treant emette versi sommessi — come vento fra le sue fronde, un suono che non è parola ma non è nemmeno silenzio. Le radici hanno ripreso a pulsare, debolmente, come un cuore che si ricorda di battere. La githyanki non cerca di accelerare il processo. Sta lì, con la pazienza di chi sa che certe cose non si possono affrettare.

Mork studia avidamente le mappe e le rotte con Topolah e Rika. Il Doomspace è un sistema senza sole, e le correnti che lo attraversano non seguono nessuna legge che abbia studiato. L’hadozee divora ogni carta, ogni annotazione, ogni frammento di conoscenza che i due sono disposti a condividere.

Hyppolita passa il tempo con gli aartuk. Dopo il duello con Vortshu qualcosa si è aperto — un rispetto che non ha bisogno di parole, anche perché le parole sono il problema. La lingua degli aartuk non ha suoni nel senso che Hyppolita conosce: è fatta di vibrazioni, di fruscii tra le appendici, di movimenti sottili che si capiscono solo guardando. La giff ci si butta con la stessa ostinazione con cui affronta tutto il resto. I progressi sono lenti. Gli aartuk non sembrano avere fretta.

Zoth’ess trova il modo di avvicinarsi a Mei. Vuole la mano metallica — quella maledetta — come opera d’arte. In cambio: un bastone del pitone e due vasetti di unguento di Keoghtom. Mei accetta senza esitare. Norik costruisce una protesi nuova — artigianato puro, niente maledizioni, niente residui di energia oscura. Mei flette le dita metalliche una alla volta, poi chiude il pugno. Funziona.

Quando i dieci cicli finiscono, la flotta è pronta.


La cavaliera di Tu’narath

Nel Mare Astrale il silenzio cambia natura. Non è più il vuoto sordo del Doomspace — è qualcosa di più vasto, più antico, un silenzio che ha dentro il peso di ogni pensiero che lo ha attraversato. La nebbia argentea si muove come se respirasse. Di tanto in tanto si addensa in forme che somigliano a volti enormi e insondabili — profili di dei dimenticati, o forse solo pareidolia cosmica. Nessuno lo sa. Nessuno chiede.

Poi un ruggito taglia ogni filosofia.

Dalla bocca di una di quelle nuvole emerge un grande drago rosso. Le scaglie brillano come ferro arroventato. Le ali si stendono per trenta metri, orlando il vuoto di ombre cremisi.

In groppa: un cavaliere in armatura dorata, visiera a forma di muso di drago.

Il drago atterra sul ponte della Second Wind con la delicatezza di chi sa esattamente quanto pesa e quanto può permettersi di distruggere. Il cavaliere alza la visiera rivelando il volto austero di una githyanki — pelle giallastra, lineamenti affilati come quelli di Kae’ryn ma più vecchi, più duri, segnati da cicatrici sottili che sembrano tatuaggi e tatuaggi che sembrano cicatrici.

«Sono Dagaz, cavaliera di Tu’narath. Per ordine di Vlaakith la Senza Morte, siete colpevoli di violazione di territorio. La punizione: la decapitazione del vostro capitano. Chi comanda questo mastello?»

Una pausa. Il drago sbuffa una colonna di fumo nero. Nessuno fiata.

«Era una battuta. Stiamo cacciando illithid. Ne avete visti?»

Quando il gruppo le dice dove sono diretti, Dagaz lancia un flaconcino di olio dell’affilatura al personaggio più vicino.

«Date i miei saluti all’Impero Xaryxiano.»

Guarda Kae’ryn un momento più a lungo degli altri. Gli occhi si restringono — non ostilità, qualcosa di più vecchio. Riconoscimento, forse. O memoria.

«Strana compagnia per una githyanki.»

Non aspetta risposta. Il drago si stacca dal ponte, le ali che spingono la Second Wind di lato con lo spostamento d’aria, e scompare nella nebbia argentea.