
La Roccia di Bral è esattamente quello che sembra: un asteroide trasformato in città.
Edifici si arrampicano sulla superficie superiore fino alle torri più alte. Sulla faccia inferiore, fortezze e vele gigantesche si aggrappano alla roccia come radici inverse. I moli in legno sporgono dal bordo come dita tese verso il vuoto, occupati da navi di ogni forma.
Pesci dello spazio si disperdono al loro passaggio.
La Moondancer accosta lentamente. I lavoratori del porto restano in attesa, cime già in mano.
La falena stellare non può restare. Una nave xaryxiana attraccata ai moli di Bral è un segnale troppo visibile, un invito a domande che nessuno vuole rispondere. Gli accordi sono rapidi e pratici: qualcuno si occuperà di farla sparire. Dove, non viene detto.
Il gruppo non ha tempo per preoccuparsene.
Prima di lasciare la banchina, Elaina supervisiona lo sbarco degli ultimi passeggeri della Moondancer. Gli esuli di Sharn scendono uno a uno, lenti, portando con sé quello che hanno salvato. Alcuni si fermano sul molo e guardano intorno, cercando qualcosa di familiare in un posto che non hanno mai visto.
La Roccia di Bral sarà la loro nuova casa.
Elaina li raggiunge quando sono già sulla banchina. Non dice molto. Non è il tipo.
«È stato un onore incrociare le spade insieme a voi.»
Una pausa. Poi, con il tono di chi dà un consiglio pratico:
«Andate dal Commodoro Krux. Lo trovate all’Happy Beholder. Lui saprà aiutarvi.»
Le loro strade si separano qui.
Il Commodoro Krux
L’insegna dell’Happy Beholder si vede da lontano.

All’interno, l’aria sa di birra scura e legno vecchio. Dietro il bancone, un beholder — sferico, tentacoli oculari puntati in ogni direzione, aria di chi ha visto di tutto — serve da bere con un’efficienza che sfida l’anatomia. Sul suo corpo si posa un pappagallo dai colori vivaci.
Il pappagallo guarda Kae’ryn.
Kae’ryn lo guarda.
Nasce un’intesa immediata.
Il Commodoro occupa metà di un tavolo da sei.

Testa di ippopotamo, spalle larghe, un boccale enorme davanti a sé. L’aria di chi ha combattuto guerre che gli altri hanno già dimenticato. L’aria, anche, di chi si è fermato troppo a lungo in questo posto.
Li osserva avvicinarsi con un’occhiata da sotto i sopraccigli. Poi fa un cenno verso i posti liberi.
Hyppolita riconosce qualcosa in lui. Non è solo la morfologia. È il portamento, il modo di occupare lo spazio, la logica militare che si legge nei gesti anche quando il corpo è fermo.
Ci prova.
Krux non se ne accorge nemmeno.
Nel momento in cui il gruppo comincia a raccontare — gli xaryxiani, Sharn, le radici cristalline, la falena stellare — il boccale viene spinto da parte. Il Commodoro si raddrizza sulla sedia. Gli occhi si accendono.
Vuole sapere tutto.
Ascolta senza interrompere. Quando il racconto finisce, non risponde subito. Poi si sporge in avanti, abbassa la voce.
«Una flotta di elfi astrali è passata da qui qualche giorno prima dell’attacco al vostro mondo. Hanno avvisato i capitani di tenersi alla larga. Hanno lasciato spie.»
Un’occhiata intorno alla taverna.
«Meglio continuare questa conversazione a bordo della mia nave.»
La notte alla Roccia
Prima di questo, però, ci vuole una notte.
Cibo vero. Birra. Un letto che non si muove.
Il gruppo si sistema all’Happy Beholder. Kae’ryn trascorre parte della serata in conversazione con il pappagallo di Luigi, con la concentrazione di chi sta imparando qualcosa di importante. Hyppolita riprova con Krux. Krux parla di xaryxiani.
Alla fine anche lui smette di bere e va a dormire.
La Roccia continua la sua lenta rotazione nel vuoto.
Il Grande Mercato
La mattina dopo il gruppo si incammina verso il Grande Mercato della Città Intermedia.
Nel tragitto qualcosa non torna. Tendoni che si chiudono al loro passaggio. Passanti che cambiano marciapiede. Sguardi che si abbassano in fretta. Nessuno lo spiega — una nave xaryxiana è attraccata ai moli ieri sera, e sulla Rocca le voci viaggiano più veloci delle navi.
Qualcuno invece si avvicina. Un uomo dall’aria discreta, tono basso, domande precise: la falena stellare, dov’è, se è in vendita, chi la controlla. Non è pericoloso. È solo qualcuno che ha capito che le informazioni hanno un prezzo, e che il gruppo ne sa più di quanto voglia ammettere.
Il vociare si sente da lontano. La piazza è un brulicare caotico di venditori, imbonitori, oratori e curiosi di ogni razza e provenienza. Il gruppo entra nel flusso della folla. Gli sguardi incuriositi non mancano.
Mentre il resto del gruppo si muove tra le bancarelle in cerca di un fabbro e di componenti — la vecchia armatura di Kae’ryn frutta duecentocinquanta monete d’oro — qualcuno si allontana dalla formazione e scompare tra la folla, cambiando passo e portamento con la naturalezza di chi è cresciuto sapendo che la migliore delle armature è non essere notati.
Il bersaglio è individuato in fretta: abbigliamento leggermente vistoso, movimenti troppo controllati per essere casuali. Un professionista. La mano scivola verso la sua tasca.
Nello stesso istante, un’altra mano si infila nella tasca sbagliata.
La reazione è immediata — quella mano viene bloccata prima che possa fare danni. Ma nel ritirare la propria, un anello scivola al dito senza che nessuno lo abbia messo lì consapevolmente. L’uomo si dissolve nella folla senza voltarsi.
L’anello è stretto. Forse solo la misura.
L’urlo attraversa il mercato come una lama. Non riguarda lei. Riguarda qualcun altro — l’uomo dall’abbigliamento vistoso, raggiunto da chi gli aveva svuotato le tasche un momento prima. In un battito di ciglia le lame sono fuori.
La folla si apre. Si forma un cerchio. Qualcuno scommette ad alta voce sull’esito.
Il duello dura poco. Ma la tensione è una cosa viva, e sulla Roccia di Bral la tensione non resta mai confinata a lungo. Al primo pretesto — uno spintone, una parola di troppo, un vecchio conto in sospeso — la rissa si allarga.
Decine di persone in pochi istanti. Chi mena pugni, chi estrae le lame, chi cerca rifugio tra le bancarelle, chi approfitta del caos per regolare conti che aspettavano da tempo. Il mercato diventa qualcos’altro.
Il gruppo cerca di sfilarsi. Non fa in tempo.
Kae’ryn viene raggiunta da una coltellata — non cercata, non mirata, solo il risultato di essere nel posto sbagliato mentre qualcuno si dimena. Hyppolita riceve una sassata in pieno volto.
Un errore.
La giff perde il sorriso. L’alabarda esce dal fodero. Affonda nel caos con la precisione di chi ha trasformato la grazia del trapezio in qualcosa di molto meno acrobatico e molto più definitivo. Un paio di figure cadono. Il cerchio intorno a lei si allarga.
La rissa imperversa.
Mahaxara Khal
Poi arriva.
Non è un suono. Non è un ordine. È qualcosa che si propaga attraverso la folla come un’onda — il silenzio che precede una presenza che non ha bisogno di alzare la voce.
La folla si cheta. Si apre. Le teste si abbassano.
Quattro guardie in armatura scura attraversano il corridoio che si è formato da solo. Piastre quasi nere con riflessi che ricordano il cielo notturno, lo stemma della Casa Cozar sul petto — una cometa stilizzata su campo blu scuro. Un nano, un mezzo-orco, un elfo, un umano. Stessa armatura, stesso passo, stessa espressione neutra.
Dietro di loro, Mahaxara Khal.
Armatura senza mantello. Tatuaggi di serpenti sulle braccia scoperte. Mani libere. Non parla.
Le guardie si posizionano intorno al gruppo con la naturalezza di chi lo fa ogni giorno. L’umano fa un passo avanti.
«Siete giunti alla Roccia di Bral a bordo di una nave xaryxiana. Quella nave è ora scomparsa dai moli. Il Principe desidera sapere chi siete, cosa volete sulla Rocca e per quanto tempo avete intenzione di restare. Vi consiglio di rispondere con precisione. Il Principe ha già le risposte. Vuole solo sapere se le vostre coincidono — o se siete una minaccia. In quel caso vi tratteremo come tale.»
Norik risponde. Tono misurato, parole scelte: intenzioni pacifiche, soggiorno breve, nessun problema per il Principe.
Mahaxara Khal non ha ancora aperto bocca. Osserva.
Poi, dalla folla, un passo pesante e familiare.
«Mia signora!»
Krux si fa largo tra la gente e si prostra davanti alla capitana con una deferenza che stride con tutto il resto della sua persona.
«Questi sono con me. Non arrecheranno alcun disturbo a Sua Signoria il Principe. Ne rispondo io personalmente.»
Un silenzio.
Mahaxara Khal flette appena le labbra. Qualcosa che somiglia a un sorrisetto divertito, rapido come un riflesso.
Poi annuisce al soldato.
La guardia si ritira. La capitana se ne va come è arrivata — senza una parola, senza voltarsi.
La folla si richiude dietro di loro.
La Second Wind
Sul tragitto verso i moli, l’anello non scivola via.
Anzi. Si è ingrossato. Copre già metà del dito e continua, lentamente, inesorabilmente, a espandersi.
Krux non vuole perdere tempo.
«Alla mia nave. Adesso.»
La Second Wind è ormeggiata ai moli. È una nave pulita, ben tenuta — si vede che qualcuno ci tiene davvero.

Quel qualcuno è Fel Ardra, tiefling, spelljammer di professione e attuale inquilina della nave per contratto regolare con il Commodoro. Contratto che ha ancora quaranta giorni di vita e che non ha nessuna intenzione di rescindere in anticipo.
Krux prova a trattare. Non è il suo forte.
Il gruppo capisce in fretta che tra il Commodoro e la tiefling c’è qualcosa che va oltre il contratto di affitto — da una parte almeno. Ardra lo sa, e non ha scrupoli a usarlo.
Alla fine l’accordo viene trovato: il venticinque per cento degli introiti futuri in cambio della nave subito.
Krux stringe la mano ad Ardra con l’aria di chi ha ottenuto quello che voleva e pagato più del dovuto. Ardra incassa con l’aria di chi lo sapeva dall’inizio.
Gli ormeggi vengono mollati. A bordo: Krux al comando, Ardra al timone spelljammer, Starbough e Flinch all’equipaggio.
Starbough è il cuore della nave — un treant antico, radici intrecciate allo scafo, coscienza vegetale che alimenta la Second Wind come un motore vivente.

Flinch — muto, veloce, occhi che non si fermano mai. È l’intero equipaggio della nave: corde, vele, coffa, manutenzione. Comunica a gesti con un linguaggio preciso e rapido.

Il gruppo sale. La Second Wind si stacca dai moli.
La Roccia di Bral rimpicciolisce alle spalle.
Quando le ultime luci della città scompaiono nel vuoto, Krux parla.
Prima tappa: una torre solitaria al limite del sistema, dove vive una cartografa di nome Topolah — vecchia amica, sa tutto di Doomspace. Da lì, con una mappa in mano, si parte per Doomspace, dove i nemici dell’Impero Xaryxiano stanno assemblando una coalizione.
È l’unica possibilità concreta di salvare il loro mondo.
Ogni volta che qualcuno prova a chiedere del suo passato con l’Impero, Krux cambia argomento con una scrollata di spalle e un borbottio.
«Le cose andranno diversamente questa volta.»
Non è ottimismo. È qualcosa di più vecchio e più pesante.
Hastain
La Second Wind ha appena preso velocità quando Flinch comincia ad agitarsi in coffa.
Le mani gesticolano rapide verso poppa. Gli occhi spalancati.

Dal buio dello spazio aperto si materializza una sagoma bioluminescente — enorme, gelatinosa, con tentacoli che ondeggiano come alghe in una corrente invisibile. Dentro la cupola traslucida della creatura, una figura in abiti flamboyanti osserva la nave con l’interesse di chi ha tutto il tempo del mondo.
Quando l’estetico è a tiro, nell’aria si apre uno squarcio. Una porta dimensionale, bordi luminosi e instabili, si materializza sul ponte della Second Wind.
La figura in abiti sgargianti attraversa la porta brandendo un tridente. La porta si richiude alle sue spalle. Una luce scintillante la avvolge.

«Diretti alla torre di Topolah, vero? Non credo proprio. I miei amici nell’Impero Xaryxiano non vogliono che vi immischiate nei loro affari.»
Una pausa teatrale.
«Ma perdonatemi, non mi sono ancora presentato. Il mio nome è Hastain. Quando gli elfi cercavano un mondo adatto per nutrire la loro stella morente, fui io a suggerire il vostro. Non capita tutti i giorni di assistere alla distruzione di un pianeta. Vi prometto — sarà una fine bellissima. Anche se voi non sarete vivi per vederla.»
Hyppolita non aspetta che finisca.
L’alabarda parte. Lo scontro comincia.
Un impulso psionico si espande sul ponte come un’onda invisibile — Krux, Ardra, Mork e Norik crollano in un sonno improvviso e profondo prima ancora di capire cosa sta succedendo. Hastain invoca il talarith. Una copia identica si materializza al suo fianco — stesso sorriso, stessa intenzione, stesso tridente.
Mei e Hyppolita non aspettano rinforzi.
Nel silenzio che segue l’attacco, Kae’ryn mormora una preghiera. La benedizione del crepuscolo si espande sul ponte come una luce morbida — Mork e Norik si svegliano, disorientati ma vivi.
La battaglia è breve e violenta.
Mei e Hyppolita non danno tregua, alternandosi sulle due creature con la coordinazione di chi ha imparato a combattere insieme. Mork e Norik entrano appena in tempo per chiudere i varchi. Kae’ryn regge il centro finché può — poi non può più, e cade.
Ma le due Hastain cadono prima.

Nell’istante in cui l’ultima forma si dissolve, l’estetico emette il jammerscream.
Il suono è qualcosa che non appartiene allo spazio normale — un grido che si propaga attraverso la nave come una crepa. Starbough si immobilizza di colpo, le radici che si ritirano, la coscienza che si spegne come una candela sotto il vento.
La Second Wind smette di muoversi.
Alla deriva
Krux e Ardra dormono di un sonno che non ha nulla di naturale. Starbough è immobile. La nave galleggia nel vuoto senza direzione, senza propulsione, senza governo.
Kae’ryn è a terra. Chi è ancora in piedi guarda intorno.
La Second Wind è alla deriva.
